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Peperone, dal collage al naif. Un artista indimenticabile.

Il funerale di Peperone e la sua bara

 

A un lustro dalla dipartita è sempre attuale il messaggio di Michele Petroni, in arte Peperone.

Tra chi ha più felicemente vissuto il connubio Torrione/Creativo, si può senz’altro annoverare Michele Petroni, da tutti conosciuto come Peperone. La visita guidata al Museo Civico del Torrione di Forio volge spesso l’attenzione anche agli artisti contemporanei.

Il Torrione fu, infatti, uno dei principali sfondi della sua carica artistica riversata in centinaia di tele e collage prodotti principalmente durante la seconda metà del secolo appena trascorso e ultima tappa per l’esistenza terrena di Peperone. Michelangelo, questo il nome di battesimo di Peperone, giovane autodidatta, era, come del resto solo i grandi artisti lo sono, un sognatore. Sognava la sua Forio notte e giorno, ne studiava il carattere sanguigno, la fierezza del sang’e turc appiccicata sul volto e nella mente dei suoi compaesani e traduceva le sue impressioni con tocchi gentili del suo pennello, utilizzando quello stile armonico e fanciullesco che lo contraddistinse: il naif.

Michele Petroni Peperone

La vastissima produzione, nata dalla spontaneità e dall’instancabile operosità del genio di Peperone, ha il solo difetto di non essere mai stata raccolta in un catalogo, anche perché, spesso le sue opere erano donate immediatamente dopo l’ultimo tocco oppure svendute in periodi di difficoltà economiche. Ciononostante, le numerose collezioni private rappresentano un tesoro culturale e una chiave di lettura per interpretare le varie realtà presenti in un’isola che nel breve arco di un trentennio ha subito una metamorfosi sorprendente. Il primo periodo artistico vede, infatti, Peperone impegnato a guardarsi intorno e rappresentare la realtà che lo circonda realizzando collage con sacchi di iuta e altro materiale di recupero. La prima intuizione avvenne nell’androne della sua casa. Osservando i pendoli di pomodori, trecce di aglio, e cipolle, appesi sotto il grande arco, creò i suoi due primi collage. Il risultato fu sorprendente per lui stesso e per il già affermato pittore Gino Coppa. Il Maestro, abituale frequentatore del bar Maria, lodò le opere tanto da indurre una coppia di turisti avventori, ad acquistarli. La molla era scattata e per Peperone, si aprirono, come per incanto, le porte di un mondo nuovo, fatto di amicizie, feste, cene, mostre. Cominciò districarsi sul palcoscenico artistico con occhi nuovi, colmi di curiosità. Con un sacchetto di stoffa, nel quale c’era tutto ciò che gli occorreva, e con un cappello di paglia in testa, si spostava negli angoli più suggestivi e panoramici di Forio, per ispirarsi ed esprimere la sua arte. Era laborioso e instancabile, al punto che, intorno ai venti anni, prese in affitto un magazzino, nei pressi del bar Maria. Nella “bottega” presero forma le varie produzioni tra cui, una tra le più caratteristiche rappresenta scene carnevalesche nelle quali i monumenti di Forio, assunte sembianze antropomorfe, si abbandonano a sarabande notturne, al chiaro di un sorridente quarto di luna che sembra dirigere accoratamente schiere di pupazzi festanti.

Festa di Carnevale con il Torrione e San Gaetano a Forio

Peperone è stato sempre uno spirito, libero e vagabondo. Da piccolo, spesso marinava la scuola, per disegnare paesaggi su qualche cartoncino racimolato in casa, oppure girovagava nei giardinetti antistanti alla chiesa del Soccorso e, tra quelle siepi incolte e alberi scheletrici, si dava da fare per “apparare” trappole per gli uccelli. Da adolescente, collaborava con gli organizzatori delle feste di paese, dipingendo fantasiosi festoni per colorare le serate di Capodanno, Carnevale e matrimoni. Spesso, per il suo modo schietto e simpatico di comunicare, era invitato a cena da quei turisti che diventavano anche amici e cominciarono a frequentare la casa di Peperone. Peperone non lucrava sulla vendita delle sue creazioni, ma usava gli introiti per organizzare cene di venti, trenta persone, nell’androne di casa, che era spesso frequentata da personaggi di spicco come Aldo Pagliacci, Lallo Russo, Gino Cacciapuoti, Alberto Moravia e la compagna Dacia Maraini. Qualche anno dopo la morte del Presidente, Jacqueline Kennedy, venne a Forio e chiese dove fosse l’atelier di Peperone, perché voleva acquistare dei quadri. Immediatamente la notizia della presenza della First Lady americana si diffuse per il paese. La piazza di S. Gaetano si riempì di gente. Jacqueline fu molto generosa: offrì dei gelati, sorrise a tutti con grande simpatia e semplicità. Quando Peperone si rese conto che la vedova Kennedy lo cercava perché a casa di sua sorella aveva visto dei collage che le erano piaciuti, la ricevette nel nuovo atelier all’ingresso di Forio, che tutti chiamavano la Galleria di Peperone, nella quale, egli lavorava, esponeva i sui prodotti artistici e aveva ricavato un angolo, dove dormiva, quando non aveva voglia di tornare a casa. Peperone amava le tradizioni e le processioni che per lui rappresentavano soprattutto il folclore, ma non attribuiva loro alcuna sacralità. Fino ai primi anni novanta, animava la vigilia di Natale, già in piena notte, con musiche sacre che si diffondevano dalla sua galleria a tutta la piazza San Gaetano, e riceveva ospiti che arrivavano dai vari comuni dell’isola. L’alba della vigilia si trasformava in una festa tra parenti e amici che, sempre più numerosi, di anno in anno, non intendevano mancare all’appuntamento del 24 dicembre. La galleria e lo spiazzo esterno si riempivano di persone. In un angolo, su un grande tavolo apparecchiava l’orzo, il caffè, la cioccolata calda, fagioli, anice, vino, panettoni, roccocò e dolci natalizi. I botti erano la sua passione, ne sparava tanti durante la processione che si svolgeva nei pressi della chiesa di San Gaetano. L’atmosfera era intensa nella semplicità del rito, l’emozione toccava le corde più sottili dell’animo. Nel corso degli anni la galleria di Peperone divenne famosa, e fu frequentata da isolani e stranieri. Quanto a lui, comunicativo e ospitale, aveva sempre qualcosa da offrire o da raccontare. Per tutti era “ u cumpar”, ma da anni per familiari, parenti e amici lui era Peperone. Non accettava compromessi, ipocrisia, falsi idoli. Intanto, quella Forio che aveva amato da piccolo, perché ricca nella sua semplicità e che aveva immortalato in tante sue opere, cominciava a frantumarsi, perdendo la propria identità. L’avvento del consumismo, del turismo di massa e della globalizzazione erano inconcepibili per il suo modo di vivere. Non si sentiva più a proprio agio. Anche quegli artisti e personaggi stranieri che avevano contribuito a dare lustro a Forio con la loro presenza, la lasciarono per sempre. Quell’entusiasmo e quella creatività che aveva coinvolto, seppure in diversi settori artistici, tanti foriani come un fuoco, si spense. Peperone sentiva ormai ostile quel magazzino che pure tante soddisfazioni gli aveva dato, soprattutto per i valori e l’umanità di cui si era arricchito confrontandosi con persone di diverse nazionalità. Non volendo più vivere nel frastuono, si trasferì nel centro storico di Forio. Quantunque la sua vera natura fosse di aprirsi al mondo, ed essere sempre se stesso, cominciò a creare un muro tra se e gli altri, anche se non sempre ci riuscì. Nella sua nuova abitazione produsse centinaia di quadri, lavorò la terracotta, dipinse su pannelli di legno. Una larga parete della sua stanza da pranzo divenne una specie di murales, sulla quale fratelli e ospiti apponevano la propria firma, frasi, dediche, poesie, scarabocchi, disegni a matita o colorati. La sua dimensione di vita era diversa, soffriva interiormente, ma il suo bisogno di comunicare era troppo forte, così come la sua crescente indignazione per i compromessi e per le ingiustizie che non tollerava. Su quella parete-murales, nel giorno del suo compleanno, circondato da familiari e amici, il nipote Claudio scrisse: ”Zio Peperone, volevi cambiare il mondo, ma il mondo non ha cambiato te”.

Al paese dei Balocchi. Peperone.

La sorella Clementina (collaboratrice alla stesura di questo testo, anche lei affermata pittrice e che a breve pubblicherà un libro di memorie) ci dona anche la sua ultima immagine recepita, che risale al dodici dicembre 2011. Con Peperone e le altre sorelle, erano a Procida, per festeggiare il suo compleanno. Camminava con il passo lento e vago su quella banchina del porto, in fondo alla quale si stagliava un cielo azzurro, limpido; e la sua figura sembrava quasi dissolversi in quello spazio, oltre l’orizzonte. “Gli attori che anno fatto la storia di Forio, si sono ritirati dietro le quinte per fare una pausa. Forse un giorno torneranno, tra bagliori di luci e alchimie di colori. Si aprirà il sipario. La storia non è finita.”

Michele Petroni è stato il naif della riflessione. Il suo messaggio, semplice e diretto, ha raggiunto immediatamente il cuore e la mente di quanti hanno avuto modo di conoscerlo o almeno vedere le sue creazioni. I suoi dipinti erano colmi di umanità ma anche di senso critico. Spaziava tra ambienti diurni e notturni. Prediligeva panni stesi, di notte, su un “astico” ad asciugare intorno ai quali figure di anonimi religiosi danzano forse per scongiurare un sabba. Oppure canneti avvolti da muri di silenzio e d’interiore quiete, contaminata solo dal lieve fruscio delle foglie mosse dalla brezza notturna. Uno dei suoi leit motiv è stato la rappresentazione di bottiglie vuote (i vuoti a perdere) e di cumuli di travi addossate ai muri. Qui il messaggio è diretto e inconfondibile. Il senso di frustrazione e impotenza di una civiltà ridotta all’usa e getta, si aggiunge alla mancanza d’ideali a seguito della fine delle utopie, rivelatesi irraggiungibili per la durezza dei cuori. La sua amata città, Forio, (il centro storico costituito da un dedalo di viuzze), è il labirinto di bottiglie che la nasconde, e le travi chiosano la trasformazione di alberi vivi ricoperti di rami, di foglie e di frutti in fardelli inanimati, di corpi morti sacrificati ai riti della civiltà dei consumi. Altri motivi ricorrenti sono gigantesche macchine fotografiche a soffietto con l’obiettivo puntato verso un paesaggio ideale di Forio. Ci sono finestre barrate da grate, entro i cui confini Peperone si sente ormai prigioniero e tanti sandali di stoffa, fiammiferi familiari, sciarpe, oggetti inchiodati alle pareti come sacre icone, quasi a rappresentare la santità delle cose umili e a contrapporle ai tanti oggetti firmati per cui la gente impazzisce. Spesso osserviamo nei suoi dipinti aquiloni e carrettini trainati da cavallucci di legno che indirizzano Forio verso un appetibile paese dei balocchi, dove la gente si ama e si diverte. Il genio di Peperone si rivela così, con un’inesauribile carica di fantasia, un’apparente commistione con il surrealismo e la pop-art, che l’artista, animo sensibile e ricettivo, volutamente finge di non conoscere dimostrando la padronanza assoluta del disegno. Tutto ciò lo rende il pittore naif di spicco tanto amato.

La particolare bara costruita personalmente da Peperone

Quel Torrione che aveva tanto amato fu, il 15 dicembre 2011, la sua ultima dimora terrena. Centinaia di concittadini e ospiti assisterono alla cerimonia funebre, officiata dal Sindaco di Forio, nella sala mostre del Museo Civico Giovanni Maltese. L’estremo saluto gli fu rivolto proprio entro la bara che aveva costruito con le sue mani, arricchendola di quei disegni che erano stati i temi della sua esistenza.

Il suo commiato fu poesia

 Brindisi

 Buttate un bicchiere di vino verso il cielo.

Quella piccola aria di vento farà arrivare

quell’odore nel luogo della mia pace.

Seppellitemi in questo luogo di pace,

nella solitudine della natura

che offre quel filo sottile di sole

di vento e quando ci sarà

quel fiocco di neve       

Michelangelo Petroni detto Peperone

Altre notizie saranno sul sito www.iltorrioneforio.it

 

 

Luigi Castaldi

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