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Il naufragio di Agrippina. A scuola di Storia da Giovanni Maltese.

Il gruppo in gesso dello scultore  verista al Torrione di Forio d’ Ischia

Il fascino della storia travolge da sempre gli artisti. Giovanni Maltese, Verista Impenitente, come amava definirsi, raccolse l’entusiasmo e le linee plastiche del grande scultore Antonio Canova ricavandone un armonico gruppo scultoreo in gesso. Giovanni Maltese, artista che aveva frequentato a Parigi il Café Guerbois durante la Belle Epoque e aveva vissuto i primi anni in contatto con gli impressionisti francesi, rifiutandone però l’accademismo, compose la sua opera più imponente in età matura. Tra i suoi componimenti ricordiamo “ I Pidocchiosi” il cui bronzo fu commissionato dalla signora Ottilia Heyrott,a vedova di un grande banchiere tedesco, il barone Antonio Wargener, e proprietaria della Mezza Torre quest’ultima antica torre anti saracena diventata poi un lussuoso Hotel. Con il supporto della moglie Jane Fanny Fayrer, acquerellista anglosassone, sposata a Napoli nel 1901, Giovanni aveva dismesso gli abiti dell’artista ribelle e con idee più pacate realizzò il suo capolavoro. La scultura ritrae Agrippina e il suo schiavo Miseno sulla barca da pesca, dove la madre di Nerone fu tratta in salvo in seguito al naufragio della sua nave organizzato dal figlio. Solo i remi spezzati e alcune travi di legno lasciano intuire che si tratti di una barca. Il corpo di Agrippina è disteso sul fianco destro secondo una linea inclinata il cui vertice è costituito dai piedi della donna. La posizione è innaturale, ed evidenzia le linee sinuose del corpo femminile, che mostra una sensualità che alleggerisce la drammaticità della scena raffigurata. La donna, con i capelli bagnati e scarmigliati, la stola madida e aderente al corpo che rende l’effetto della trasparenza, si aggrappa con la mano sinistra al collo dello schiavo. Questi, seduto, cerca di far galleggiare il relitto, reggendo con la mano destra una trave della barca, aiutandosi con la possanza della gamba destra. Il piede di leva, il destro, il cui alluce presenta una voluta scheggiatura dell’unghia, mostra i segni dell’immane sforzo. La composizione offre da ogni prospettiva una forte carica emotiva. Osservando i volti dei due personaggi, si nota tutta l’energia che lo scultore trasmette mostrando anche i primi studi accademici sulla natura del corpo umano. La rappresentazione di ogni muscolo teso a evitare l’imminente tragedia è illuminante. Il volto dello schiavo è seminascosto perché piegato in avanti nel tentativo di sorreggere la donna, il viso di Agrippina, con la testa tesa all’indietro nel tentativo di tenersi sulla barca, risalta con evidenza. Ma dal gruppo di gesso nonostante la tragicità del momento traspare la compostezza dell’imperatrice. Solo le sopracciglia aggrottate e la bocca leggermente contratta tradiscono lo sgomento della donna.

Giovanni Maltese da cultore del retaggio che, dagli studi classici dell’Accademia delle belle Arti gli era stato trasmesso, conosceva bene la storia di Giulia Agrippina detta Minore. Lei fu, infatti, tra le donne più espressive e potenti della storia dell’Impero romano. Nata nel 15 d.C. dal grande condottiero Germanico e da Agrippina Maggiore fu ambiziosa e avida di potere. La futura imperatrice fu indiscutibilmente al centro del potere in un intervallo che comprese ben quattro imperatori. Tiberio, adottato da Augusto e zio del padre; Caligola, suo fratello; Claudio, lo zio che sedusse e sposò, e infine Nerone, il figlio che ne ordinò la morte. Agrippina non ebbe una facile adolescenza. Nacque in un accampamento di guerra proprio nel corso di una battaglia. Sempre in tenera età fu costretta a sopportare violenze inaudite, a cominciare dallo sterminio della famiglia ordinato da Tiberio. A quattordici anni il fratello Caligola le impose di sposare un uomo che lei detestava, il ripugnante e vile Enobarbo, da cui ebbe Nerone. Colpevole di aver congiurato contro il fratello, fu esiliata e da quel momento, il suo unico obiettivo fu tornare in patria e acquisire, il prestigio che credeva di meritare, vista la propria discendenza. Quando Caligola fu assassinato e lo zio Claudio acclamato come nuovo imperatore, fu molto facile per lei, bella, sensuale e scaltra, conquistare le voglie dell’uomo anziano e vizioso. Agrippina non si limitò a ciò. Riuscì a denigrare Messalina, moglie legittima ma molto libertina dello zio, ne ottenne la testa e diventò la nuova moglie di Claudio. Agrippina aveva ottenuto ciò che da sempre aveva desiderato: era Imperatrice, la donna più potente e ammirata di Roma, e non aveva esitato a consumare pubblicamente un incesto per ottenere il trono tanto desiderato. Ma la sua sfrenata ambizione proseguì più ferocemente di prima, contro gli ultimi ostacoli rimasti. Chiunque mettesse in pericolo il suo futuro di gloria, doveva essere eliminato. Fece avvelenare Britannico, figlio naturale di Claudio e pertanto suo legittimo erede, e infine, l’Imperatore stesso, fu ucciso da una porzione di funghi, durante un banchetto. Il rapporto che legava Agrippina al figlio Nerone è abbastanza controverso. Erano entrambi avidi di potere e, sembra, siano stati legati persino da un rapporto incestuoso. Nella Jus romana il matricidio era, già all’epoca, un crimine orrendo. Neanche lo scellerato, violento, e crudele Nerone avrebbe mai compiuto una simile azione apertamente, sapendo di suscitare la riprovazione del mondo politico e della plebe. Ma avrebbe potuto incaricare dei sicari al suo posto, e ciò Agrippina lo immaginava. I rapporti con il figlio si erano incrinati, anche a causa della gelosia di Poppea, la nuova moglie dell’Imperatore, con cui aveva un rapporto conflittuale. Probabilmente fu proprio Poppea a indurre il marito all’orrendo delitto, per eliminare la suocera colpevole di voler comandare attraverso il ruolo del figlio. Agrippina, subodorando il misfatto, imparò a nuotare, e riuscì a salvarsi dalla nave che faceva parte della flotta del Tirreno, di stanza a Capo Miseno, naufragata per un diabolico sabotaggio, mentre la fedele, ancella Acerronia, veniva barbaramente massacrata a colpi di remi dai sicari dell’Imperatore. Nerone punì i sicari che avevano fallito e ne mandò un altro. Aniceto, un liberto divenuto prefetto della flotta di Miseno, eseguì l’ordine dell’Imperatore e, nel 62 d.C. uccise Agrippina. Con un manipolo si soldati, di cui faceva parte il trierarca Erculeio, (comandante di una nave minore) e il centurione navale Obarito, circondò la villa di Agrippina e non opponendosi alcuna resistenza entrarono nelle stanze dell’imperatrice. Agrippina riconobbe subito il liberto che era stato presso la corte di Nerone e vistasi perduta, con estrema fierezza esclamò: «Colpisci il ventre che l’ha generato». E fu trafitta. Per ricompensa e per evitare pericoli di ricatto, Nerone fece trasferire in Sardegna Aniceto, dove visse negli agi e soprattutto lontano dalla corte.

Visitando Il Museo Civico Giovanni Maltese , al Torrione di Forio d’Ischia potrete seguire la guida che vi illustrerà le potenzialità del poliedrico Giovanni e vi documenterà su questa ed altre avvincenti storie.

Altre notizie saranno sul sito twww.iltorrioneforio.it

Luigi Castaldi

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