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Abu costretto a partire dalla nonna. Maestre: «Resti qui»

bambino bangladese come Abu
Nella foto un’immagine di repertorio di un bambino bangladese che vive in patria.

Il sogno del piccolo Abu è quello di studiare, frequentare l’università, trovare un buon lavoro e regalare una vita migliore alla sua mamma. Nel suo ideale di bambino, l’impegno nello studio rappresenta una possibilità di rivincita verso un fato che con lui è stato particolarmente duro. Nato in uno dei paesi più poveri del mondo, il Bangladesh, è stato costretto ad emigrare con la famiglia in Italia. Qui il padre violento è finito in carcere dopo l’ennesima aggressione ai danni della madre. Quest’ultima è scappata e vive con un altro uomo, ma per paura non lo vuole tenere con sé. Abu (nome di fantasia a tutela dell’identità del minore) che oggi ha 11 anni, è stato quindi affidato agli zii che vivono a Schio. Ma il destino ha fatto anche un dono al piccolo Abu. Quando è entrato nella scuola italiana in seconda elementare le sue maestre si sono sorprese che in un paio di mesi riuscisse già a farsi capire. Una vivace intelligenza, alimentata dalla speranza di guadagnarsi una vita migliore, l’hanno portato a diventare il primo della classe. Ma il destino ci ha messo un altra volta lo zampino. Gli zii devono trasferirsi per lavoro in Inghilterra, ma dicono di non poterlo portare con loro perché il padre nega il consenso. Oggi quindi Abu si dovrà imbarcare su un aereo per tornare in Bangladesh dalla nonna. Un’idea da cui è terrorizzato perché in questo modo rischia di infrangersi il suo sogno di riscatto.

Le sue maestre un epilogo così non lo hanno voluto accettare. Anche a costo di uscire dai binari della burocrazia scolastica. «Da un mese lo vedevamo come svuotato. Non sapendo cosa avesse, credevamo fosse malato. Lui non ci ha mai parlato di quello che stava succedendo fino a quando lo zio non ci ha spiegato che sarebbero dovuti partire per l’estero e che avrebbero dovuto portare il bambino dai nonni, nel paese d’origine, dove la situazione è drammatica, visto che sono gravemente malati. Ma questo non è giusto. La società deve trovare il modo di aiutarlo a proseguire gli studi, coltivare il suo talento e non vedere i suoi sogni definitivamente infranti». Una speranza che anche gli zii condividono.

«Per poterlo portare con noi in Inghilterra, col consenso della madre, abbiamo chiesto e ottenuto al tribunale l’affidamento. Quando però mi sono presentato col documento in ambasciata mi hanno detto che non è sufficiente. Ci voleva comunque il permesso dei genitori. La madre l’ha dato volentieri perché sa che con noi suo figlio sta bene. Ma quando sono andato in carcere dal padre per farmi firmare il permesso lui me l’ha negato. Perché dice che non vuole separarsi da suo figlio. E che se qualcuno provava a portarglielo via lui gliel’avrebbe fatta pagare». Intanto però l’uomo, per poter cogliere un’occasione che gli è stata offerta a Londra, si era già licenziato e aveva preso casa in affitto nella metropoli inglese.

«Se perdo quel lavoro, non potrò più dare da mangiare alla mia famiglia. In questa situazione l’unica cosa che possiamo fare è portarlo in Bangladesh e poi andare in Inghilterra e dal lì trovare una soluzione per portarlo con noi. Mi hanno detto che è legalmente possibile. Se non fosse così per noi sarebbe un dramma».

vivicentro.it/nord/cronaca –  ilgiornaledivicenza/Costretto a partire dalla nonna Maestre: «Resti qui» (Elia Cucovaz)

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