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Torinesi gelosi dei beni del Museo Egizio

Opinione Dionisia Pizzo

L’ignoranza spesso alberga dove la cultura cerca di diramarsi, è il caso che sta scoppiando in queste ore sul web in merito ai beni del Museo Egizio a Torino.

Per spiegare quello che succede dobbiamo andare indietro di un annetto, quando tra le città di Catania e Torino fu stipulato un accordo secondo cui 300 pezzi del museo egizio della città piemontese, sarebbero stati ospitati nella città siciliana. I mesi sono passati, l’accordo si è sempre più consolidato scatenando però il dissenso di alcuni individui. Così infuriati contro il popolo Siciliano uno di questi deve ver pensato che creare un manifesto che pubblicizzasse una raccolta firme contro tale accordo sia cosa buona e giusta. Tale individuo deve aver dimenticato che la cultura non è possessione, che le opere non sono torinesi, ma egiziane. A Catania andranno solamente 300 opere egiziane, non torinesi, che occupano da anni i sotterranei dei musei. Lo stesso individuo avrà pensato che forse è meglio che le suddette opere stiano meglio a prendere polvere in un deposito sotterraneo piuttosto che essere ammirate da più persone. Sulla petizione si parla di congiura tra il Ministero dei beni culturali e il comune di Catania, dimenticando però gli innumerevoli articoli che sono stati scritti nell’arco di questi mesi che hanno informato i cittadini a livello nazionale.

Il manifesto parla di collezioni che le generazioni future non potranno più vedere, credo che abbiano però dimenticato che quei reperti non vanno sulla luna o polverizzati dalle mani siciliane.

In questa petizione si legge solo una lotta contro il sud, contro la diffusione della cultura e contro il diritto di poter ospitare opere che altrimenti rimarrebbero chiuse in umidi scantinati.

Petizione Museo Egizio

Dionisia Pizzo/Opinione

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Dionisia Pizzo

6 di commenti

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  • Questo articolo diffonde notizie false e tendenziose. Noi torinesi non abbiamo nulla contro Catania (anche perché in gran parte siamo mezzosangue siciliani). La nostra vita non cambierebbe di molto se qualcuno si facesse un museo con i nostri reperti (tra l’altro come se a Catania mancassero beni storici e artistici!!). Semplicemente è assurdo che il Ministero dei Beni Culturali promuova lo spostamento di musei da una città ad un’altra (di qualunque si tratti) con tutti i costi ed i rischi che comporta una tale operazione. Cui prodest?? Chi paga e chi ci guadagna?! Provate a riflettere per favore: è chiaro che questa NON è una battaglia per–Torino–contro–Catania; ma è una battaglia in difesa del diritto di ogni città a preservare i propri beni e la propria storia, contro gli interessi speculativi e clientelari delle lobbies e dei partiti! — I reperti egizi appartengono a Turin. Furono donati alla capitale sabauda da Sua Maestà Carlo Felice (che li pagò con denaro proprio). Qualunque sia l’offerta del sindaco di Catania noi la rifiutiamo e ci adoperiamo affinché TUTTI i reperti restino dove sono. N.B: Non si presta la roba che non si possiede! Né si può regalare la roba che ci è stata regalata!

    • Gentile Samuele,
      accolgo la sua critica con piacere perché mi da modo di ampliare l’argomento.
      Nel mio articolo non parlo di tanti Torinesi, ma di un “Tale individuo”, non vi è nulla di falso perché la petizione online esiste veramente dove sono state raccolte più di 1200 firme (non metto il link perchè moralmente sono trovo contro).
      Ha ragione, re Carlo Felice acquistò i reperti da Bernardino Drovetti per la modica cifra di 4000 lire. Deve però sapere, che comprare un reperto archeologico non fa in modo che questo diventi proprietà dell’acquirente (anche perchè con le leggi odierne non può essere venduto, tutto ciò che è storia non appartiene alla città, ma allo stato e lo stato sono tutti i cittadini). Dato che parla di questo “scambio commerciale”, saprà sicuramente che Drovetti, che non era un’archeologo, ma un console, comprò i beni, che aumentarono la sua collezione, da Donati un appassionato di egittologia. All’epoca, siamo intorno alla metà del ‘700, non vi erano regole per la tutela del bene archeologico, quindi qualsiasi persona poteva prendere il reperto e portarlo in patria. Quindi se dobbiamo essere onesti, i reperti non sono nostri, ma “rubati”, perchè a quell’epoca era lecito, al governo egiziano. La cultura è libera, non si può mercificare, se un reperto può essere tutelato, fruito e ammirato perchè non possiamo acconsentire a tale decisione? Ripeto sono reperti che negli scantinati prendono polvere, non sono ammirati né conosciuti.
      Distinti Saluti
      Dionisia P.

      • Signora Dionisia,
        innanzi tutto sarebbe più corretto se Lei dicesse chi è questo “individuo” di cui parla e poi è chiaro che l’uso di questo termine è volto ad offendere e irridere la tale persona che evidentemente ha idee diverse dalle Sue.
        Non mi addentro nella discussione filosofica di stabilire a chi appartengano i reperti perché essi sono semplicemente patrimonio dell’umanità intera, ed è proprio questo che rende assurdo il fatto che qualcuno voglia disporne a proprio piacimento.
        Però che Lei mi definisca “rubati” degli artefatti storici consegnati ad un museo, mi pare francamente una cosa inaudita. Tra l’altro la petizione l’ho letta attentamente e non ci trovo proprio nulla di quello che Lei definisce “una lotta contro il sud”… E mi viene quasi da ridere! Ecco perché dico che secondo me l’articolo è falso e tendenzioso.
        Poi se vogliamo discutere di reperti conservati nei magazzini, allora La informo che anche a Catania ci sono molti reperti che giacciono nei magazzini del Museo Civico di Castello Ursino, come succede un po’ in tutti i musei del mondo!
        Alcune opere sono esposte al pubblico, altre sono accessibili solo agli storici, gli studiosi e gli addetti ai lavori. Ma -non- sono “pezzi di scarto” messi in cantina a prendere la polvere: sono oggetti catalogati che fanno parte della collezione del museo.
        Oggetti antichissimi e preziosissimi. Il trasloco comporterebbe sicuramente dei rischi oltreché ovviamente dei costi! E chi paga? I cittadini come sempre! E a chi giova l’istituzione di una sede distaccata a Catania? Non saprei: secondo me i catanesi hanno altre necessità che non quella di farsi fare un nuovo museo.

        • Buon giorno,
          la ringrazio per la sua risposta, dibattere su questo argomento serve a capire meglio i diversi punti di vista, soprattutto di chi crede che sia giusto che questi beni non vengano spostati.
          Il dizionario Italiano non indica che la parola “individuo” è un modo ingiurioso per riferirsi ad una persona e non era mia intenzione farlo.
          Ho Risposto al suo commento del perchè li definisco (badi alle virgolette) “rubati”. Ovviamente non tutti i reperti che compongo la collezione del Museo Egizio appartengono al ‘700 o ‘800, ma la maggior parte si. Bisogna seguire un percorso per capire la storia della Museologia, dalle wunderkammer ai moderni musei solo in questo modo si può capire che nel in passato i reperti erano trafugati dal proprio luogo d’origine ed è quello che è successo anche con le nostre opere.
          Il problema non è la moltitudine di opere che ci sono a Catania, ma il nuovo percorso tematico che ne verrebbe fuori.
          Ammetto che aprire un museo a Catania, Egizio, ha poco senso, perchè il vero legame archeologico e storico sussiste con la città di Siracusa; ma questa è altra storia.
          chiudo con una sua frase molto significativa: “[…] perché essi sono semplicemente patrimonio dell’umanità intera[…]”
          Cordiali Saluti
          Dionisia P.

  • Gentile signora Dionisia, lei è fuori strada, probabilmente non per colpa sua, ma a seguire i giornali succede di perderla. La questione dei reperti ha causato perplessità e rammarico per un motivo ben preciso, fa parte di quelle azioni che vengono fatte en amitiè come se i beni venissero prelevati dal proprio salotto e non da un bene comune. In effetti di reperti ce ne sono tanti, ma è solo il valore e la quantità che determinano il valore dell’Egizio di Torino rendendolo il secondo per importanza dopo quello del Cairo quindi è sempre bene rifletterci. Credo che per i torinesi sia un onore collaborare con Catania e fornire una collezione per il museo restaurato, sarebbe anche un’occasione, una sorta di biglietto da visita per invitare a Torino e vedere il resto delle collezioni. Il problema è rappresentato dalla decisione di pochi intimi, per l’appunto, e dalla durata che sa di presa in giro, un conto è una mostra itinerante di qualche mese, altro conto è chiamare prestito beni ceduti per 30 anni. Si fa prima a dichiarare tout court che vengono donati, ma a che titolo? con quale contropartita come ogni scambio o collaborazione che si rispetti? Perchè Torino dovrebbe privarsi di qualcosa e veder elargire anche 2 milioni e seicentomila euro restando solo a guardare? Come vede non ci sono problemi nè di possesso, nè tanto meno di razzismo (grottesco pensarlo) ma solo di realismo, di desiderio di chiarezza.
    Ho sentito anche pareri che mi hanno fatta rabbrividire: “Sono doppioni” come se i reperti potessero essere paragonati a figurine celo-manca. “Mandiamo i pezzi meno belli”. Come se il museo di Catania valesse poco e gli rifiliamo gli scarti.”La cultura deve girare” e tenere in un posto per 30 anni una collezione significa farla girare? Torino dovrebbe poi cedere senza alcuna contropartita parte della sua collezione? Così, perché ne ha tanti? perché sono meno belli, perché la cultura deve restare ferma da un’altra parte? Io sinceramente in questa operazione ci vedo un agreement tra pochi intimi e basta e la storia insegna: a Torino è nato tutto o quasi tutto e poi sparisce .. per distrazione, ci pensi un attimo, la radio, il cinema, la televisione, la moda, i saloni … tutto nasce qui e tutto ci è stato portato via, non abbiamo motivo allora di essere preoccupati, di pensare che questi 300 pezzi non siano che l’inizio?.
    Prima di tacciare i torinesi di invidia e gelosia bisognerebbe provare a pensare e chiedere chiarezza e trasparenza, poi tutto si può fare.
    Cordialità
    Fernanda Lucrezia Lariccia

  • Gentile Lucrezia,
    sarà forse la mia mente di archeologa che non riesce a vedere del marcio dove invece si cerca di diffondere la conoscenza. Forse i media torinesi non hanno parlato di questo accordo, qui in Sicilia sono usciti articoli, a volte quotidianamente, sui vari accordi, soprattutto quando il direttore del museo torinese è venuto a Catania ad approvare il luogo che avrebbe ospitato i reperti.
    Mi perdoni, ma non riesco proprio a capire questo timore, se si trattasse di un pezzo ineguagliabile, unico e introvabile, sarei d’accordo con voi. Quello che forse non si è preso in considerazione, è che, non si parla di pezzi meno belli o “doppioni”, ma semplicemente di mostrare qualcosa che occupa uno spazio in uno scantinato. Forse, come afferma Lei, poco i torinesi sanno di questo accordo, ma non è colpa della città siciliana, ma di chi non ha informato adeguatamente la cittadinanza.
    Non credo che la città di Torino non abbia avuto nessun finanziamento statale in questi anni e non credo che il museo egizio sia così deperito di reperti archeologici.
    Siamo in un periodo storico dove niente viene speso per la cultura e quando qualcosa di bello viene fatto, che non reca nessun danno alla città di Torino, siamo in polemica? Perchè?
    La ringrazio per il suo commento e per avermi fatto conoscere il suo punto di vista.
    Cordiali Saluti
    Dionisia P.

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