Politica

Perché servono meno marziani e più politica GIOVANNI ORSINA*

I marziani non sono buoni a governare il pianeta Terra: questa è la conclusione che possiamo trarre dalla vicenda romana. Molti difendono ora Ignazio Marino proprio in virtù della sua «marzianità» – ossia estraneità agli incancreniti meccanismi di potere d’una città inefficiente e corrotta. L’argomentazione mi pare fallace, o per lo meno incompleta. Inefficiente e corrotta Roma lo è di certo, eccome, ma per renderla efficiente e onesta (oddio, siamo realistici: un po’ meno inefficiente e corrotta, e magari un po’ più pulita – già sarebbe gran cosa) essere estranei ai suoi meccanismi di potere non potrà mai bastare. Bisogna capire quei meccanismi, saperli indebolire, stringere alleanze per evitare di finire isolati e sconfitti. In una parola: bisogna far politica. E per farla bisogna pagare un inevitabile tributo alla sua impurità. Soltanto così si potrà passare dalla «marzianità», che sarà pure bella ma di per sé non migliora la vita dei romani, ai risultati concreti: meno immondizia, meno traffico, più vigili e trasporti pubblici, un manto stradale accettabile. 

 

Tutti naturalmente ricordiamo perché nel giugno del 2013 Roma si sia data un marziano per sindaco. E sappiamo pure che non s’è trattato di un fenomeno isolato, ma di uno dei tanti frutti di quella che nei libri di storia passerà forse come la stagione dell’antipolitica radicale, originata dalla crisi economica e dal governo dei tecnici; dagli episodi di corruzione; dal tramonto del berlusconismo; e dalla palese incapacità del Partito democratico, l’unico che avesse conservato una certa solidità, di guidare un processo di ricostruzione (un fallimento questo che i molti nostalgici della «Ditta» paiono dimenticare). Ci sono insomma delle ragioni se Marino è diventato sindaco a Roma – e De Magistris a Napoli nel 2011, e Crocetta governatore in Sicilia nel 2012, e il Movimento 5 stelle ha preso un quarto dei voti alle elezioni del 2013. 

 

Nel momento però in cui la stagione dell’antipolitica si rivela impari ai compiti (in verità iperbolici) che le erano stati affidati, e nel momento in cui Roma si aggiunge al gruppo delle città nelle quali si voterà nella prossima primavera, viene da chiedersi se non sia cominciato un periodo di «riflusso». Ossia se già nella scelta dei candidati a sindaco di quelle città potremo leggere il tentativo da parte della politica di riguadagnare terreno, oppure se l’ostilità nei confronti della politica continuerà a condizionare la scelta delle persone o dei meccanismi per selezionarle. 

 

I segnali che giungono sono ambigui. Da ogni parte. Sul versante Pd girano tanti nomi, alcuni politici altri no. È stato menzionato Raffaele Cantone – il che in verità viene fatto praticamente sempre. Cantone ha smentito, ma la sua candidatura rappresenterebbe, com’è evidente, un’ampia concessione all’antipolitica. Berlusconi continua a inseguire il sogno di portare i manager alla guida delle istituzioni pubbliche. Però dice pure di pensare a Meloni a Roma e Salvini a Milano. Forse per toglierseli di mezzo – ma in realtà questo mostrerebbe pure che a destra un ceto di politici di professione sta infine riprendendo il sopravvento sul berlusconismo. Perfino nel Movimento 5 Stelle, a quel che sembra, ci si è chiesti se affidarsi alla Rete per selezionare il candidato o mandare direttamente in campo uno dei giovani talenti politici emersi in Parlamento. 

 

Cavalcare l’antipolitica, in una forma o nell’altra, in questi ultimi anni è stato inevitabile per tutti i politici, pena l’espulsione da qualsiasi competizione elettorale. È probabile che sia troppo presto per smontare da cavallo. Resto tuttavia convinto che non sarà possibile rimettere un po’ d’ordine in Italia se non si tornerà quanto prima a permettere che l’azione politica si svolga secondo le proprie logiche, e quindi al riparo da logiche aliene – giudiziarie, moralistiche, nuovistiche, o «marziane». Anche se questo implicherà pazienza e tolleranza nei confronti di quanto di sgradevole le è proprio. 

 

*lastampa

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