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Il patto di Versailles per l’Europa a più velocità

I leader di Italia, Germania, Francia e Spagna siglano a Versailles un patto per l’Europa a più velocità, condizione necessaria per una maggiore integrazione. “Altrimenti crolla tutto”, ha detto Angela Merkel. Il nuovo patto si deve basare su un’integrazione rispettosa delle ambizioni delle identità nazionali, sulla difesa comune e su un forte impegno per il sociale. Ora la sfida per i quattro leader è duplice: convincere gli altri partner e spiegare ai rispettivi cittadini quali sono i vantaggi della svolta.

Da Parigi parte l’Europa a più velocità. Merkel: “Se ci fermiamo, crolla tutto”

I piani dei leader di Francia, Italia, Germania e Spagna in vista delle celebrazioni di Roma Nuovo impulso all’integrazione, ma “ogni Paese deve poter avanzare ai propri ritmi”

PARIGI – A Versailles nasce l’Europa a più velocità. A tre settimane dalle celebrazioni del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, dalla reggia del Re Sole, alle porte di Parigi, arriva il solenne appello dei leader di Italia, Francia, Germania e Spagna – le quattro potenze demografiche (ed economiche) del continente – mai così unite nel dire che oggi lo status quo dell’Unione «non è più sostenibile». Dal lavoro alla sicurezza, dal sociale alla difesa comune, serve un grande balzo in avanti, ossia, più integrazione e cooperazioni rafforzate. Unica ricetta per dare nuovo impulso a un continente in crisi, segnato da dalla Brexit, dalle sfiorettate anti-Ue di Donald Trump e dai venti nazional-populisti alle porte del potere in Paesi come la Francia (Le Pen) e Olanda (Wilders). Roma, Parigi, Madrid e Berlino hanno «la responsabilità di tracciare la via – avverte Francois Hollande –. Non per imporla agli altri ma per essere una forza al servizio dell’Europa che dà l’impulso». Il presidente si rivolge alla stampa nei saloni di Versailles, non lottano dagli stessi dove quasi un secolo fa, nel giugno 1919, venne firmato il Trattato che sancì la fine della Prima Guerra mondiale. Alle parole del presidente fa eco Angela Merkel: «L’Europa – puntualizza la cancelliera – è stata costruita sulla pace, Versailles ne è uno dei simboli», ma «se ci fermiamo ora – avverte prima della cena a quattro – tutto quello che abbiamo costruito potrebbe crollare. Abbiamo tutti l’obbligo di continuare l’integrazione europea». Una rinuncia alla dimensione politica – incalza Hollande – sarebbe una regressione.

Insomma, il continente deve saper dimostrare la «solidarietà a Ventisette ma anche la capacità di avanzare a ritmi diversi», è il messaggio lanciato ieri a Versailles. E condiviso da Paolo Gentiloni. Serve una Ue «più integrata ma che possa consentire diversi livelli di integrazione – dice rivolgendosi ai cronisti –. È giusto e normale che i Paesi possano avere ambizioni diverse e che a queste ambizioni ci siano risposte diverse, mantenendo il progetto comune». Nel suo intervento Angela Merkel ha anche parlato di migrazioni e ribadito che la Ue «deve cercare di sviluppare una strategia comune per l’Africa».

Nelle celebrazioni di Roma – per le quali i 27 stanno preparando una dichiarazione congiunta – «l’Unione riparte dal popolo europeo», promette il capo del governo, secondo cui «non solo i nostri Paesi, ma tutti i 27 dovranno fare delle scelte, dentro la cornice del Libro Bianco della Commissione Ue, senza le quali rischiamo di mettere in difficoltà il futuro stesso del progetto Ue». Ieri si è molto insistito sulla necessità di un’Europa sociale, che guardi alla crescita e agli investimenti. «Un’Europa – ha detto il premier – in cui chi rimane indietro non consideri l’Ue come una fonte di difficoltà ma come una risposta alle proprie difficoltà». C’è poi, la questione importantissima, della «difesa comune» per «proteggere la nostra sicurezza». Altrettanti temi su cui è imperativa una maggiore integrazione, nello spirito dei padri fondatori e del sogno di quegli Stati Uniti d’Europa delineati da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene.

Mentre Hollande, dicono i ben informati, sarebbe addirittura pronto ad assumere l’incarico di presidente del Consiglio dell’Ue, nel caso di un fallimento delle trattative su una riconferma del polacco Donald Tusk.

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