Politica

Morto Pietro Ingrao, storico leader del Pci. JACOPO IACOBONI

Politico, giornalista e partigiano. Il 30 marzo scorso aveva compiuto 100 anni

 
 

È morto centenario, sopravvissuto al suo secolo, di cui è stata una delle più grandi incarnazioni politiche – laddove per grandezza si deve intendere, anche, la tragicità, e una potente vena religiosa, non così strana per un leader comunista ma molto difficile da ammettere e liberare. Ma ora che Pietro Ingrao se ne è andato – oggi a Roma, aveva compiuto cent’anni a marzo – non è semplice riprendere il filo di un’esistenza come la sua. 

 

Dovendo tentare questo azzardo, partirei da qui: Ingrao era un comunista molto strano, aperto al dubbio quando il comunismo dubbio non ammetteva, incline a interrogarsi molto sull’aldilà già nell’epoca del rigidissimo Diamat – il materialismo dialettico che nella versione italiana era più Galvano Della Volpe che Engels, e meno che mai il Marx dei Grundrisse – disposto a ogni genere di dialogo con religiosi e eretici (quelli che preferiva, lo raccontereno più avanti, erano certi monaci camaldolesi). Soprattutto, un comunista che non ha mai taciuto sui suoi errori, e anzi, il rito dell’Autocritica se l’è celebrato molto per tempo, da sé, non spinto da nessun evento esterno. 

 

 

 

L’evento chiave che la scatena, nella vita di Ingrao, è il 3 novembre del ‘56: il giovane Pietro è in redazione all’Unità, nel ‘48 è stato nominato direttore da Palmiro Togliatti. Arriva la notizia dell’invasione dei carri armati sovietici a reprimere la rivolta di Budapest e il direttore capisce che si è davanti a una svolta tragica. Deve consultarsi con il Migliore, subito. Racconterà, tantissimi anni dopo (nei primi anni duemila): «Di fronte alla mia incertezza, ai miei dubbi, Togliatti fu molto freddo. Mi disse che non bisognava avere dubbi, e per tagliar la conversazione usò questa frase: “Oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più…” Non ebbi la forza di reagire». L’episodio è vero al di là di ogni possibile dubbio, non essendo sinceramente possibile non credere alla lealtà di una confessione autoimposta, e proveniente da un personaggio così. E dunque, Ingrao torna al giornale, e scrive l’editoriale che considera l’Errore della sua vita, intitolato seccamente «Da una parte della barricata»: Mosca. 

 

Quanti sono i comunisti (o persino i socialisti) che, all’alba del ’56, potessero dire di aver già dubitato di Mosca? A parte intellettuali e eretici vari (i Vittorini, i Colletti, i Giolitti, i Tronti), pochissimi altri. Ingrao aveva intuito, come loro, la natura tirannica di Mosca, ma scelse di stare col Partito, eretico ma non disubbidiente, nel nome di una ragione superiore che in fondo continuerà a seguire sempre, persino negli anni della fine del Pci e della nascita di Rifondazione comunista (cui aderì segnato da un travaglio fortissimo e vero – non le tristi pantomime del centrosinistra di oggi). Ecco, Ingrao aveva questo di speciale: apriva le porte della sua casa ai giovani, era severissimo con se stesso ma comprensivo con gli altri; parlava molto seccamente dei suoi sbagli, senza nasconderne uno. E l’altro più grande – se qui non sbagliamo -lo considerava quello che fece nel ’69, quando il Partito votava per la radiazione degli «eretici» del manifesto – Pintor, Rossanda, Magri – e lui non alzò la mano per difenderli. Erano, oltretutto, tutti dirigenti ingraiani, e tra loro c’era l’amico di una vita; appunto, Pintor. 

 

È una storia tragica, ma è il Novecento italiano, il Novecento per chi viene da un’educazione e una cultura comunista. Rossanda stessa raccontò di quel giorno, in cui Ingrao non si alzò a difenderli fino in fondo, come il momento più grave di rottura del comunismo italiano anche degli anni successivi. E è possibile che molto anche della successiva storia della sinistra risalga a quella date e al modo in cui si consumò quella frattura. Fatto sta che Ingrao e gli “eretici” si dividevano, ma non si sbaglia probabilmente se si azzarda che nei giudizi di fondo pensassero le stesse cose: soprattutto sulla natura dell’Unione sovietica, e sulla solitudine di Praga e di ogni possibile primavera. 

 

Ingrao rimase fino alla fine uno dei pochissimi dirigenti comunisti in grado di parlare coi “figli”, lui padre tra i padri. Pronto e anzi contento di aprire le porte della sua casa al fondo di via Nomentana, dove inizia Monte Sacro. Era, anche ottuagenario, curiosissimo. Comprendeva i movimenti, o almeno ne capiva istintivamente la tensione etica, voleva sapere le cose che pensavano, sentiva a pelle l’insoddisfazione diffusa verso il Partito. Forse era più vicino spontaneamente ai cani sciolti di quanto non lo fosse a un iscritto alla Fgci. A metà degli anni novanta, su L’Espresso, comparve un articolo dal titolo ammiccante, «Frate Ingrao da Lenola», corredato da un’intervista a Mario Tronti. Tema: la sinistra stregata dalle tonache. Ingrao era un radical nel senso che il confronto lo viveva radicalissimamente, cioè con tutti. Andava a fare discussioni su «opere e catechesi di don Dossetti», o su «il concetto di clausura nella regola camaldolese» (i celebri incontri di Monte Giove). Da questo punto di vista aveva tenuto viva la vera tradizione antifascista, l’incontro tra il comunismo più teso e il meglio della tradizione cristiana. Una cosa che, disse una volta, gli sembrava di rivedere nei movimenti nati nella stagione di Seattle. 

 

Amava indignarsi ma – proprio lui, partito da vere lotte, quelle dei braccianti a Lenola, non le lotte fighette degli anni duemila – disse in uno degli ultimi libro che “indignarsi non basta”: se ci fissiamo sull’indignazione, osservava, non è che autorizziamo derive moralistiche e giacobine (questo solo i tromboni di destra potevano dirlo, nella sua idea); semplicemente, contribuiamo all’abdicazione della politica. 

 

Ritratto – La schiena dritta di un eterno sconfitto (di Riccardo Barenghi)  

 

 

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