Opinioni

Veltroni incontra il padre mai visto. MASSIMO GRAMELLINI*

Massimo Gramellini

Nell’ultimo romanzo, l’ex leader del Pd parla con il genitore morto quando lui aveva un anno: «Siamo una società di orfani»

Il bambino estrae dall’armadio i vestiti del padre morto, li stende sul pavimento e ci si sdraia sopra, ma è troppo piccolo per coprire l’intera superficie. Allora prende le maniche dell’abito e le appoggia su di sé, a simulare un abbraccio. Il nuovo libro di Walter Veltroni è racchiuso in questa immagine dolce e crudele che ogni orfano precoce conosce fin troppo bene. L’autore ha perso il padre a un anno e lo ha cercato per tutta la vita. Arrivato ai sessanta si è riscoperto abbastanza bambino da potersi concedere un gioco della fantasia, immaginando di tornare a casa al culmine di un magico tramonto ferragostano e di trovare il padre, che ormai potrebbe essere suo figlio, in attesa sul pianerottolo. Ciao è la storia di questo incontro impossibile, eppure desiderato come nessun altro da un uomo che ha fatto degli incontri la cifra della sua esistenza e della sua carriera.  

Qualche anno fa mi capitò di partecipare a un dibattito pubblico con Renzi e Veltroni. Alla fine mia moglie commentò: «Sul palco c’erano due orfani e una persona cresciuta in una famiglia normale». Non alludeva al fatto che, appena seduti, Veltroni e il sottoscritto avevano pudicamente spento il telefonino, mentre per tutta la sera l’allora sindaco di Firenze ne aveva utilizzati ben tre in contemporanea, uno per prendere appunti, uno per comunicare con i collaboratori in platea e il terzo per aggiornarmi in tempo reale sul risultato della partita del Toro: queste sono differenze puramente generazionali. Quella esistenziale era emersa quando Veltroni aveva motivato la decisione di dimettersi da segretario del Pd con le cattiverie che gli avevano inflitto i compagni di partito. Renzi aveva sgranato gli occhi: «E allora? Ma davvero ti sei dimesso per così poco?». A lui di essere odiato importava nulla già allora. A quelli come Veltroni invece importa moltissimo. E non è, o non è solo, bisogno narcisistico di piacere. È paura di perdere l’amore, la riconoscenza e il riconoscimento altrui. Paura di perdere quello che si è già perso una volta e che, si sa, non tornerà più.   

Veltroni non ha mai visto suo padre, ma ha passato la vita ad ascoltarne la voce. Vittorio Veltroni era un grande radiocronista, dell’Eiar prima e della Rai poi. Un giovane vecchio, come erano spesso i giovani della sua epoca, morto nel 1956 a soli 37 anni per una forma rara e fulminante di leucemia. Aveva raccontato la visita di Hitler a Roma, le imprese di Coppi e Bartali, i funerali del Grande Torino. Era diventato il punto di riferimento di una generazione irripetibile di fenomeni, da Nando Martellini a Sergio Zavoli, da Enrico Ameri a Michael Bongiorno, che fu lui a ribattezzare Mike.   

La sua parabola umana di grande promessa stroncata sul più bello, di fulmine che si smorza un attimo prima di diventare tuono, porta l’autore e il lettore a misurarsi con il significato per noi incomprensibile di ciò che chiamiamo destino. Vittorio amava due figli piccoli e una moglie innamorata di lui, era il direttore del primo telegiornale italiano e nutriva progetti, sogni e speranze che ne facevano un precursore di quegli Anni Sessanta che gli assomigliavano ma che non poté vedere, perché il male lo colse di colpo e gli portò via tutto – moglie, figli, carriera, sogni, speranze – lasciando orfani decine di colleghi e due bambini, di cui uno appena nato. Dove sta il senso, in una vita spezzata?  

Il libro non è una risposta, ma una domanda infinita, una ricerca intensa che sotto il linguaggio asciutto e a tratti percorso da una vena di timidezza, lascia intravedere una ferita che non si rimargina e semmai si sublima in una condizione universale. «La nostra è diventata una società di fratelli, orfana di padri», scrive. E questa assenza di un’autorità riconosciuta – capace di trasmettere la memoria e di porre dei limiti che «l’erede» imparerà prima a rispettare e poi a forzare per diventare padre a sua volta – ci rende tutti falsamente liberi e drammaticamente smarriti. Liberi e smarriti come si è sentito Veltroni nei momenti culminanti della vita. Raccontando al padre dei giorni in cui decise di lasciare la politica, gli dice: «Mi sarebbe piaciuto in quel momento avere il tuo parere, ma ho imparato da piccolo che essere orfani significa stare in prima fila, un po’ soli con se stessi… Significa condividere i successi e metabolizzare in solitudine le sconfitte. Non si frigna, da orfani». E se si frigna lo si fa in solitudine, paralizzati dall’imbarazzo di essere visti e compatiti. Cioè amati, ma per i motivi sbagliati.  

Per quanto Veltroni smussi gli angoli della sua prosa, le prime duecento pagine del libro sono solcate da un commosso rancore, tipico degli orfani, verso chi li ha abbandonati senza né un ciao né un perché. Ma poi arriva il capitolo 16, in cui Walter fa una lista struggente di tutte le cose semplicissime eppure eccezionali che avrebbe voluto fare con Vittorio: «Che mi chiedessi se ho la febbre, che mi guardassi la pagella, che mi rimproverassi, che avessi bisogno di me…» ed è come se a sessant’anni si togliesse un peso dallo stomaco e, finalmente pacificato con se stesso, riuscisse a guardare suo padre negli occhi. Per accorgersi che sono identici ai suoi. 

*lastampa

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