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Un altro imprenditore, l’ennesimo, si è suicidato per la crisi economica

imprenditore suicidato per la crisi economica
Umbertide è un comune di circa 16 mila abitanti nella provincia di Perugia in Umbria

Il 4 agosto 2017, ad Umbertide si è suicidato un imprenditore di 61 anni del settore metalmeccanico, impiccandosi nella sua azienda. Ha lasciato una lettera in cui spiegava che le banche gli avevano negato linee di credito e da mesi non pagava gli stipendi agli operai. Nella stessa lettera ha chiesto ai suoi avvocati di provvedere ai suoi dipendenti. Lascia moglie e due figli.

Negli ultimi anni si contano, purtroppo, ormai a decine gli imprenditori che si sono suicidati per non riuscire più a far fronte ai creditori e soprattutto alle (stra)tasse che si devono pagare, come anche alle tante vessazioni giuridiche che si subiscono quando si ha un’attività o una proprietà privata. Anche tanti disoccupati o ex lavoratori, uomini e donne, altrettanto si sono suicidati per non riuscire a trovare lavoro.

C’è purtroppo una crisi economica globale, che da quel fatidico settembre 2008, ha falcidiato le finanze italiane. È però anche vero, seppure spesso dissimulato, che queste erano già notevolmente compromesse dai nostrani e trasversali ipocriti, cosiddetti statisti, dei decenni passati, i quali risolvevano ogni cosa (soprattutto le “cose loro” e quelle dei rispettivi codazzi) emettendo sui mercati internazionali titoli di Stato gravati da interessi, così causando il mostruoso debito pubblico che oggi soffoca l’economia italiana. E si continua a farlo.

Ma ciò che pure sta distruggendo la restante economia di questa Nazione, sono le nostre pletore di forzosi tiranni costituzionali (presidenti, governanti, parlamentari, istituzionali, giudici, burocrati, boiardi, manager, direttori, dirigenti, esperti, consulenti, professionisti, ecc. ), tutti lautamente remunerati con rispettivi eserciti di stipendiati pubblici per il consenso elettorale e sindacale, i quali tutti, brandendo le norme (le loro e solo per loro) come una lupara e vantando pertanto “diritti acquisiti”, per farsi mantenere, ci estorcono fiscalmente, con leggi, sentenze e regolamentazioni, ogni risorsa, riserva ed esistenza, così immiserendo l’economia reale e svenandoci a ad uno ad uno, giorno dopo giorno, in maniera da non fare aggregare le urla di disperazione dei malcapitati.
Quando l’Italia, come qualsiasi altra comunità, si è ritrovata assoggettata, la Storia ha sempre legittimato la reazione dei cittadini angariati, anche quando molto aspra.
Da anni invece, proprio quelli che plaudono a quei momenti di libertà dall’oppressione, sono poi i medesimi (cantastorie di sinistra, ondivaghi di centro e gonfiati di destra, nonché lacchè e kapò quali: intellettuali, giornalisti, scrittori, opinionisti, gente di spettacolo, ecc.) che, cortigiani e prezzolati, delegittimano in ogni modo chiunque invochi una civile ribellione al conclamato e vessatorio sistema statale, regionale, distrettuale e locale, politico, istituzionale, giuridico, burocratico, bancario e clientelare (italiano e siciliano).
E quel che è ancora peggio per la gente comune (e di contro favorevole ai nostri innumerabili despota legalizzatisi) è che a non accorgersi della preoccupante condizione socio-economica in cui si versa in tanti, sono purtroppo le nuove generazioni, neanche fossero nati senza neuroni umani, tanto che come degli storditi da droga, alcol e propaganda ingannatrice, vagano senza meta su questa ipocrita caretta italiana alla deriva, senza capire che così non avranno scampo neanche loro.
Mi dispiace molto per quell’imprenditore (e persona). Ma come scrivo da anni, nessun cittadino comune si ritenga esente. Si è infatti molti ad essere in fila verso il precipizio socio-economico, anche senza saperlo.
Adduso Sebastiano
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