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Summit sulla Sicurezza Nucleare. La minaccia della bomba sporca

Gianni Riotta
Gianni Riotta
                                                         GIANNI RIOTTA : Summit sulla Sicurezza Nucleare

Il Summit sulla Sicurezza Nucleare che si apre domani a Washington, presenti 51 Paesi, discuterà della minaccia del terrorismo atomico, tra arcani linguaggi e sigle che, di solito, annoiano a morte i non addetti ai lavori. L’incontro sarà il quarto, ed ultimo, della serie promossa nel 2010 da un presidente Obama ancora non rassegnato, come adesso purtroppo, ai mali del mondo e, per renderlo cruciale alla vostra attenzione, basta il video sequestrato in novembre a un terrorista dell’Isis, attivo in Belgio. Documenta il pedinamento di uno scienziato nucleare, dirigente di una centrale del Paese dove, secondo l’analista Ian Bremmer, «gli impianti atomici, fino ai recenti attentati, erano del tutto indifesi contro i terroristi». Laura Holgate, del National Security Council, considera «inevitabile» un prossimo attentato con una bomba «sporca» e materiale radioattivo, uranio arricchito o plutonio: «Sono sorpresa non sia ancora accaduto, ordigni del genere sono semplici da concepire».

Obama aveva perciò lanciato i Nuclear Security Summit, con qualche primo successo, 13 Paesi hanno eliminato ogni materiale convertibile a usi terroristici, almeno due dozzine di reattori hanno abbandonato l’uranio Heu, ad alto rischio, per l’uranio Leu, non adatto ad impieghi militari.

Uno studio del Council on Foreign Relations indica nella rimozione di ogni deposito di uranio arricchito Heu dall’Ucraina 2012, un risultato decisivo, in un’area battuta da miliziani di ogni risma. Spesso i singoli Paesi hanno promosso cosiddetti «pacchi dono», intese ad hoc per prevenire attentati radioattivi.

Il «pacco dono» più importante, siglato da 35 Stati, impone standard rigorosi nella gestione delle scorie e del materiale radioattivo, ma l’incombere della Seconda Guerra Fredda, Medio Oriente, Est Europa, Pacifico, induce Russia, Cina, India e Pakistan, potenze atomiche, a non firmarlo. 1800 tonnellate di materiale nucleare che possono improvvisare un ordigno radioattivo, restano sparse nel mondo, in centinaia di siti. Molti, come in Belgio, difesi da una rete arrugginita e da un paio di vigilantes attempati e, paradossalmente, mentre Isis progetta di acquisire uranio arricchito, i nostri leader perdono interesse al tema.

La Russia di Putin non parteciperà all’incontro di domani, «non vogliamo lasciare agli americani il controllo di un tema strategico», in realtà perché le relazioni Mosca-Washington sono pessime e i rapporti Putin-Obama «radioattivi». L’Iran non si impegna, malgrado il recente accordo nucleare, la Corea del Nord, allarme nucleare rosso, latita. Il Pakistan, mercato delle pulci di ordigni nucleari, è infiltrato dal terrorismo, vedi strage di Lahore, ma con servizi segreti, clan talebani, al Qaeda, intenti a complottare sul ricatto atomico.

Alla vigilia dell’ultimo Nuclear Summit, un rapporto dell’Università di Harvard denuncia dunque il «pericoloso declino» nell’attenzione internazionale contro il terrorismo nucleare. Quando Obama vedrà in privato il presidente cinese Xi Jinping a Washington, l’agenda avrà in primo piano economia, commercio, valute, poi la frizione militare sulle rotte navali del Pacifico, solo in coda le bombe «sporche».

I leader sono sempre, come noi cittadini, distratti dai guai del presente, incapaci di concentrarsi sui pericoli a venire. Barack Obama, che nel 2009 ebbe l’idea dei Nuclear Summit, ha maturato un pessimismo esistenziale sul reale potere della Casa Bianca di cambiare in positivo il mondo, e lo confessa nella malinconica intervista al periodico «The Atlantic». I lettori riflettano sui lavori di Washington e sulle 1800 tonnellate di materiale radioattivo a rischio. Una bomba «sporca» non sarebbe Hiroshima e Nagasaki, con 250.000 vittime, ma il terrore di un attacco che si irraggia nel tempo, costringendo a sgombrare a lungo, o per sempre, popolose città, avrebbe un impatto agghiacciante sulle nostre coscienze. In Gran Bretagna, Italia, Germania, Stati Uniti, ora in Francia, il terrorismo ha sempre compresso le libertà civili. Un attacco radioattivo con migliaia di morti e aree contaminate a che prova metterebbe una democrazia? Le istituzioni resisterebbero, o l’opinione pubblica, impaurita, subirebbe una svolta autoritaria? Questa è la posta in gioco al Summit Nucleare, noioso nei verbali ma strategico per le nostre vite.

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