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Oggi inizia la privatizzazione delle Poste, cosa ne arriverà agli italiani? FRANCESCO MANACORDA*

FRANCESCO_MANACORDA

Da questa mattina ciascuno di noi può decidere di diventare azionista di Poste italiane. L’offerta pubblica di titoli lanciata dal Tesoro arriverà a mettere sul mercato fino al 38% della società. È la maggiore privatizzazione che l’Italia attua da sedici anni a questa parte e la più grande dell’anno su tutti i mercati europei.  

 

Ma a cosa serve questa privatizzazione e che cosa ne arriverà agli italiani? La risposta non è univoca: dipende in larga parte da come si guarda l’operazione.  

 

Si può guardarla da potenziale azionista. Qui non si danno consigli per gli acquisti, ovviamente. Ma chi decide di acquistare le azioni di Poste italiane deve sapere che sta comprando in sostanza una grande azienda di servizi finanziari (un po’ come una banca) assieme a un grande gruppo di logistica. E che i profitti fatti con i servizi finanziari, e in parte anche dalla raccolta del risparmio che viene poi convogliato alla Cassa depositi e prestiti, sono appesantiti dagli oneri del cosiddetto «servizio universale», ossia dall’obbligo di servire anche i paesini più remoti con la consegna della corrispondenza. Questo anche se, proprio in vista della privatizzazione, Poste ha chiesto e ottenuto di diminuire la frequenza delle consegne in alcune zone e di chiudere una parte dei suoi uffici. Diciamo che l’interesse degli azionisti di Poste sarà legato alla capacità dei suoi manager di potenziare il settore finanziario, di legare la logistica allo sviluppo dell’e-commerce e di sviluppare con nuovi servizi l’estesissima rete di sportelli di cui dispone. E diciamo anche che l’interesse degli italiani-azionisti non sarà necessariamente coincidente con quello degli italiani-clienti.  

 

Se infatti si guarda all’operazione da cliente, ossia come qualcuno che ha bisogno – come accade mille volte – di pagare un conto corrente, spedire una raccomandata o ritirare la pensione, la questione diventa più complessa. Di norma se una privatizzazione si accompagna a una liberalizzazione il risultato è quello di introdurre più concorrenza nel sistema e di favorire dunque i consumatori. Con la privatizzazione di Poste non è detto che questo accada, anzi per ora si vede piuttosto l’effetto contrario – come ha segnalato un paio di giorni fa il sito Lavoce.info – di norme che appaiono dirette a preservare o rafforzare alcune posizioni dell’operatore oggi dominante, o in alcuni settori addirittura monopolista. Dunque è da pensare che per gli utenti questa privatizzazione abbia effetti più controversi. «E’ un’operazione non solo finanziaria. Vogliamo un’azienda più moderna e aggressiva», ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan spiegando l’operazione. L’efficienza dell’azienda dovrebbe dunque aumentare. Ma senza il pungolo di una maggiore concorrenza potrebbe non aumentare abbastanza, o addirittura aumentare a spese del servizio reso.  

 

C’è poi un modo più generale di vedere l’operazione: da cittadino. Se Poste verrà collocata al prezzo massimo stabilito varrà poco meno di 10 miliardi, dunque al Tesoro andranno poco meno di 4 miliardi. Una goccia nel mare di un debito pubblico che supera abbondantemente i 2 mila miliardi, C’è chi sostiene che lo stesso risultato per i conti pubblici si sarebbe potuto ottenere semplicemente facendo versare un dividendo straordinario alla società. Dunque, possiamo dire che per risanare i conti pubblici l’operazione è utile, ma non fondamentale. Il governo attribuisce però anche un altro significato a questa privatizzazione. Ne ha parlato sabato Matteo Renzi agli industriali di Treviso, dicendo che «Poste, considerato per 40-60 anni il luogo delle schifezze dei politici, dove si assumeva chi volevano loro, vanno in Borsa e stanno sul mercato». Il premier, dunque, inserisce questa operazione nella rottura della politica clientelare e dei suoi rapporti con le risorse economiche del Paese, sulla stessa linea – par di capire – di quanto ha fatto con il decreto che proprio sabato ha portato la prima delle grandi banche popolari a trasformarsi in Spa. Se così sarà davvero, questo si dimostrerebbe un effetto positivo della privatizzazione. Per il resto giudicheranno la Borsa e la nostra soddisfazione o meno allo sportello. 

 

*lastampa

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