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L’Italia deve affrontare il problema del come combinare europeismo e difesa degli interessi nazionali

Come combinare europeismo e difesa degli interessi nazionali

Come scrive Marta Dassù «la sfida francese obbliga l’Italia ad affrontare il problema che ha di fronte: come combinare europeismo e difesa degli interessi nazionali».

Un diverso approccio all’Europa

Un amico diplomatico mi ha detto in modo un po’ cinico, alla conclusione dei tre giorni della Conferenza degli ambasciatori: l’unico che non ho applaudito è stato il ministro degli Esteri francese, Yves Le Drian. Che venga a farci lezioni di europeismo, dopo che Emmanuel Macron ci ha esautorato sulla Libia e dopo il brutale stop di Parigi all’acquisizione di Stx da parte di Fincantieri, è davvero ridicolo. La mossa libica del nuovo presidente francese è vissuta come uno schiaffo diplomatico da un Paese come il nostro, così sovra-esposto (migrazioni) e così impegnato (da anni) nella ricerca di una soluzione al caos generato proprio da Parigi, con l’intervento voluto da Nicolas Sarkozy nel 2011.

Ieri si è aggiunta la decisione, annunciata da settimane, di tenere in mani francesi i cantieri di Saint-Nazaire, stracciando il vecchio accordo dei tempi di François Hollande. Il Tesoro francese aveva il diritto di esercitare la sua prelazione, naturalmente; ma fra dinamismo frenetico sulla Libia (poi si vedrà dove porterà) e forzatura sovranista in materia di politica industriale, l’Italia si sente sotto attacco. Non da parte della perfida Merkel, questa volta; ma da parte dello spregiudicato inquilino dell’Eliseo.

Il vittimismo – un vizio antico, ha ricordato Paolo Gentiloni parlando agli ambasciatori italiani – non è tuttavia una risposta né la sana premessa di una politica. La sfida francese, piuttosto, obbliga l’Italia ad affrontare il problema essenziale che ha di fronte: come combinare, in un contesto molto più mobile e competitivo di un tempo, europeismo e difesa attiva degli interessi nazionali. La conferenza degli ambasciatori, fra sessioni chiuse e discussioni aperte, ha avuto questo rilevante sotto-testo. E il messaggio del primo ministro italiano alla sua vecchia «casa» è stato esplicito: la partita europea sarà lunga e difficile, ma l’Italia ha ancora le potenzialità per giocarla.

Può sembrare una strategia della consolazione. Ma Gentiloni appare invece l’interprete di una visione matura della politica estera italiana: senza strappi e senza crisi di nervi, con un buon equilibrio fra mezzi e ambizioni. E basata sulla convinzione che l’Europa, primo cerchio tradizionale della nostra politica estera, debba radicalmente adattarsi al cambiamento dei tempi. Solo a questa condizione, un attore europeista come l’Italia potrà sperare di tutelare i propri interessi nazionali – sicurezza e crescita economica – attraverso la cooperazione europea.

In questa chiave, capire la Francia di Macron è essenziale. Troppo facilmente, il giovane presidente francese è stato prima descritto come un europeista tout court e poi liquidato come un nazionalista neogollista. In realtà, l’Europa francese di Macron risponde agli interessi nazionali (in competizione) e si basa su alcuni fondamentali interessi comuni (alla cooperazione): l’equilibrio fra i primi e i secondi sarà il risultato delle politiche europee degli attori principali.

In questa concezione realistica – quasi sbandierata dalla Francia ma praticata, seppure in modo molto diverso, anche dalla Germania – l’interlocutore principale di Parigi è naturalmente Berlino. Macron sta cercando di sedersi al tavolo franco-tedesco in condizioni migliori di quanto non si fosse trovato il suo predecessore, François Hollande. Questo significa pagare alla Germania, quale economia dominante, il prezzo della riduzione del deficit; per ottenere invece il riconoscimento di un ruolo preponderante di Parigi nella politica estera e nella difesa. Il rischio di una strategia del genere è che sia troppo costosa sul piano interno (Macron avverte del resto un primo declino di consensi); ma questo, mi pare, è il tentativo del presidente francese.

Dal punto di vista di Macron, l’effetto Brexit e insieme gli spazi aperti dalla crisi strisciante fra Angela Merkel e Donald Trump, offrono infatti alla Francia – unica potenza nucleare rimasta e membro del Consiglio di sicurezza – l’opportunità di riaffermarsi come potenza politico/militare del Vecchio Continente. Una posizione che Parigi intende esercitare in chiave nazionale (nel Mediterraneo anzitutto, con l’appoggio di Washington), sul piano bilaterale (i progetti industriali con Berlino nel settore della Difesa) ma anche in chiave europea (accordi multilaterali e commercio estero). Naturalmente, tenere insieme i poli di queste varie aspirazioni non sarà affatto semplice. L’atteggiamento dell’Italia – che soffre tutte le debolezze di una fase pre-elettorale ma che resta comunque il terzo grande attore dell’Ue – avrà un peso non trascurabile e che Parigi farebbe bene a non sottovalutare in una logica più strategica, meno ancorata a successi immediati (veri o presunti che siano).

La gestione degli interessi concorrenti, sul nuovo tavolo europeo, potrà essere conflittuale o cooperativa. Paolo Gentiloni ha chiaramente indicato, alla diplomazia italiana, i benefici della seconda strada: ammesso che l’Italia riesca a coglierli, definendo con chiarezza le proprie priorità. Emmanuel Macron sta imboccando la prima strada con l’Italia e la seconda con la Germania. Difficile pensare che questo doppio binario possa nel lungo termine funzionare.

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