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L’ipocrisia che aleggia sull’Europa

Opinione Vladimiro Zagrebelsky
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Tra muri e sentenze, scrive Vladimiro Zagrebelsky, l’Europa si copre con un velo d’ipocrisia che non affronta la dimensione del problema. Intanto, nel giorno in cui la Corte di giustizia europea si esprime sui diritti dei migranti e stabilisce che i singoli Paesi hanno diritto di rifiutare i visti umanitari, arriva la notizia che l’Ungheria ha approvato la legge voluta dal premier Viktor Orban che permette di imprigionare i migranti che chiedono l’asilo

Tra muri e sentenze l’Europa si copre di un velo d’ipocrisia

È solo una coincidenza temporale quella che lega la decisione ungherese di porre in stato di detenzione indiscriminatamente tutti i migranti che arrivano alle sue frontiere e una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in tema di asilo. Quest’ultima non è la base che giustifica la nuova legge ungherese, che per la sua automaticità e mancanza di proporzione produrrà violazione degli obblighi europei e internazionali di protezione di coloro che attendono una decisione sulla loro domanda di asilo. Entrambe però riguardano i modi di gestire l’attuale vicenda migratoria, in cui il diritto dei singoli si inserisce in un fenomeno di massa.

La Corte di Giustizia ha ieri risposto a un quesito postole dal giudice belga dei contenziosi relativi agli stranieri.

Il quesito riguardava il «codice dei visti» e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che tra l’altro prevede il diritto di asilo. Il giudice belga chiedeva se il diritto dell’Unione fosse applicabile e comportasse l’obbligo dello Stato di assicurare protezione anche a chi si trovava fuori della sua giurisdizione: una famiglia siriana di Aleppo aveva presentato all’ambasciata belga in Libano una domanda di visto per entrare nel territorio belga e poi, per i rischi che corrono in Siria, chiedervi asilo. I ricorrenti sostenevano che il diritto di asilo garantito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione implica il dovere degli Stati membri di concedere in ogni caso una protezione internazionale, unico mezzo per evitare il rischio d’esser esposti a trattamenti inumani nel Paese di origine. Il Belgio sosteneva invece che il diritto dell’Unione e quello internazionale non obbligano ad ammettere nel proprio territorio un cittadino di un Paese terzo; l’obbligo si limita a vietare il respingimento di chi, giunto nello Stato, sarebbe esposto al rischio di tortura o trattamenti inumani. Secondo lo Stato belga la Convenzione europea dei diritti umani e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea si applicano soltanto a chi si trova nella giurisdizione degli Stati membri e non a coloro che aspirano ad esservi ammessi.

Nel procedimento davanti la Corte di giustizia sono intervenuti ben tredici Stati membri dell’Unione, oltre al Belgio e alla Commissione europea. Non è intervenuta l’Italia, nonostante che l’importanza del caso lo consigliasse e la questione riguardi tutti gli Stati membri dell’Unione e quindi anche l’Italia. La Corte ha adottato la posizione sostenuta degli Stati intervenuti e ha affermato che il diritto dell’Unione non è applicabile nella situazione dei ricorrenti, che è invece regolata unicamente dal diritto nazionale (belga nella specie). Naturalmente gli Stati membri possono estendere la protezione anche a casi come quelli oggetto del giudizio della Corte, ma non ne sono obbligati dal diritto dell’Unione. Si possono immaginare le conseguenze di una decisione diversa da parte della Corte di giustizia: enorme è il numero delle persone nel mondo che vivono in condizioni che lo standard europeo direbbe inumane, o rischiano torture e la morte e a tutte gli Stati dell’Unione avrebbero dovuto consentire l’ingresso e la protezione. Impossibile. Fisicamente impossibile contrastare così l’atrocità delle condizioni di vita di così tante persone.

Tuttavia vi è qualche cosa di moralmente incoerente nel diritto di asilo e di protezione umanitaria che obbliga gli Stati solo nei confronti di chi – spesso a rischio della vita e di pene infinite – riesce a raggiungere i luoghi in cui gli Stati esercitano la loro giurisdizione: territorio nazionale, acque territoriali, navi, zone di transito e altre aree amministrate dallo Stato. In particolare gli Stati non possono respingere o espellere in blocco, collettivamente, gruppi di stranieri senza prima esaminare per ciascuno se corrano rischio di trattamenti inumani. Ma nelle masse di persone che premono ai confini, si sa che vi sono persone che, per la situazione nei Paesi di origine, corrono quel rischio. Eppure se non riescono a raggiungere i luoghi di responsabilità nazionale dello Stato (per l’Italia ovviamente pensiamo a Lampedusa e alle navi che pattugliano il Mediterraneo) non vi è obbligo di accoglierli.

E allora gli Stati fanno di tutto per impedirne l’arrivo, anche con iniziative e accordi internazionali in cui necessità e ipocrisia si mescolano, come quando, per lasciare i migranti nella responsabilità altrui, si afferma che i migranti saranno comunque fermati in luoghi e campi in cui (come in Libia?) il loro trattamento sarebbe umano.

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