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La jihad torna a colpire e le minacce non se ne andranno presto

Così la jihad rilancia la sua sfida
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Una guerra a tutto campo che i terroristi islamici conducono su più fronti: l’Europa, la Russia, gli Stati Uniti e i fedeli sciiti.

Come scrive Stefano Stefanini “la Jihad rilancia la sua sfida e le minacce non se ne andranno presto”.

Così la jihad rilancia la sua sfida

Il 2016 agli sgoccioli ci ha riservato un altro violento colpo di coda terrorista. L’attentato di Berlino rievoca tragicamente quello di Nizza, nel modus operandi e nella falcidie di civili in una serata di festa. L’imitazione fa scuola: non servono armi sofisticate, basta un camion. Ancor meglio un autotreno. Non si possono bandire dalla circolazione né dalle città. Ecco il dilemma di sicurezza in cui ci dibattiamo.

L’attacco ai mercati natalizi della capitale tedesca riporta in primo piano il rischio di un’Europa alle prese con un’offensiva contro la quale la difesa assoluta non è possibile. Al vertice europeo i leader non hanno fatto il punto sulla minaccia terroristica. Pensavano che il problema si fosse allontanato. Forse stamattina si pentono di non averci dedicato più attenzione. La minaccia non se ne andrà presto.

L’agghiacciante attentato di ieri ad Ankara è una barbara vendetta contro la Russia. Con l’intervento in Siria, Mosca è diventata protagonista in Medio Oriente. Ha riportato successi militari. Si è rafforzata politicamente. Si è esposta. Il suo ambasciatore in Turchia, Andrei Karlov, ne ha pagato il prezzo con la vita. Era un professionista che rappresentava il suo Paese: quindi un bersaglio. La diplomazia è un mestiere pericoloso.

Quattro anni fa la tragica sorte era toccata all’americano Christopher Stevens, a Bengasi. Questo attentato è stato più chirurgico. Una sola vittima, abbattuta gelidamente, e un messaggio, rimbalzato sugli schermi televisivi di tutto il mondo. L’attentatore prima ha sparato, poi ha avuto il tempo di fare le dichiarazioni programmatiche: «Allah Akbar – non dimenticate Aleppo, non dimenticate la Siria».

Ad Ankara sembra fosse un ex-poliziotto. Questo non basta a spiegare come abbia fatto ad arrivare, con una pistola in tasca, a due passi dall’ambasciatore russo in una cerimonia ufficiale. Ha agito da solo o faceva parte di una cellula organizzata e collegata con le formazioni ribelli in Siria, in particolare con Al-Nusra, e/o Isis?

La Turchia si desta con un problema di sicurezza. E’ impossibile proteggere tutti da tutto (questo vale a maggior ragione per l’attentato in Germania), ma lascia perplessi l’apparente facilità con cui l’attentatore è arrivato al bersaglio. Inizierà la ricerca delle responsabilità. Le massicce purghe dopo il fallito colpo di Stato in luglio potrebbero aver anche indebolito le strutture dello Stato, compresi servizi e intelligence.

La Russia si desta col problema politico della sovraesposizione in Medio Oriente. Le posizioni di Mosca nel Mediterraneo non sono mai state così forti, neppure all’apogeo dell’Urss. Resta da vedere quanto sostenibili, ma intanto tengono alto il profilo – e i rischi.

Il legame a filo doppio con Damasco assicura in permanenza le basi militari di Latakia e Tartus (un porto in acque calde, vecchio sogno zarista). L’Iran è un alleato, almeno per ora. I rapporti con Netanyahu sono buoni (Israele ha comunque un milione d’immigrati russi). Mosca getta ponti all’Egitto di Al Sisi, si riaffaccia in Libia, allaccia un dialogo petrolifero e politico con l’Arabia Saudita e con i Paesi del Golfo. Il tassello centrale è la paziente ricucitura con la Turchia. Non saranno pallottole che hanno abbattuto Sergei Karlov a deragliarla.

Il gioco è acrobatico, ma la geometria euclidea non si applica al Medio Oriente. La Russia si è assicurata il posto al tavolo con l’argomento più rispettato nella regione: la forza. Il 27 dicembre, a Mosca, i rappresentanti di Russia, Iran e Turchia si riuniranno per discutere del futuro della Siria. Assente, non invitato, l’Occidente. Tra festività natalizie, transizione americana e latitanza europea sulla Siria, non poteva esserci momento migliore per tenerlo in disparte. Quando Washington rientrerà in partita, sarà la Washington di Donald Trump. Putin e Erdogan pensano che con lui sarà più facile trattare che non con Obama. Sanno che gli europei avranno altro cui pensare. La tragedia di ieri notte a Berlino li spingerà ancora di più su questa strada.

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