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Serve meno continuità e più cambiamento nel futuro di Confindustria

                                             Confindustria: FRANCESCO MANACORDA

Quale Confindustria serve all’Italia? È una domanda alla quale Vincenzo Boccia, il nuovo presidente designato degli imprenditori, ha risposto ieri abbozzando il suo programma con un ossimoro adatto a tutti gli usi: «Continuità e cambiamento». Ma le vere risposte dovranno arrivare adesso dall’azione del neopresidente e della sua squadra. E pare difficile che in un mondo – quello sì – in rapidissimo cambiamento, la linea confindustriale possa essere davvero nel segno della continuità e non di una drastica mutazione.

Nel panorama politico dell’era Renzi – non è un mistero – i cosiddetti «corpi intermedi» hanno avuto una triste sorte. Sindacati dei lavoratori e associazioni imprenditoriali, in particolare, hanno visto svuotarsi rapidamente ruoli che ritenevano consolidati. Nel bilancio del dare e avere di questi anni gli imprenditori hanno probabilmente qualche ragione di soddisfazione in più dei sindacati, ma se allargano lo sguardo al quadro complessivo non possono certo essere contenti. Nonostante riforme importanti come quella del lavoro e nonostante iniezioni a colpi di 80 euro nella speranza di rinvigorire i consumi interni, la ripresa italiana per ora non si concretizza: le imprese esportatrici vivono meglio, quelle concentrate sul nostro mercato se la cavano peggio.

Boccia non si insedia sotto i migliori auspici: il voto ha spaccato quasi a metà il parlamentino degli industriali e nonostante le parole distensive del candidato sconfitto Alberto Vacchi, le truppe di chi ha perso parlano di un legame «corporativo» tra la grande industria pubblica o partecipata dal pubblico – sulla quale è evidente la presa del governo, non foss’altro che per le periodiche tornate di nomine – e i piccoli imprenditori che sono la stragrande maggioranza numerica delle nostre aziende ma che alcune volte difettano, proprio a causa delle dimensioni ridotte, della capacità di competere sui mercati internazionali dove la taglia media dei concorrenti è maggiore.

Eccessivo forse aspettarsi dal neopresidente, che è uomo di apparato confindustriale da anni, una rivoluzione in casa. Ma legittimo attendersi scelte che portino Confindustria a spingere per modernizzare il Paese. In concreto questo dovrebbe significare un rapporto non di sudditanza, ma di dialettica, con il governo e la politica. Dalla battaglia alla burocrazia, alla vera digitalizzazione, ai tempi della giustizia, alle risorse per la ricerca, sono molte le battaglie che gli imprenditori desiderosi di competere possono intraprendere pungolando anche i decisori pubblici. Sempre a patto che non si adagino nelle piccole e confortevoli nicchie dove si percepisce una qualche rendita di posizione. Il percorso molto difficoltoso del testo di legge sulla concorrenza è lì ad indicare quanto sia difficile far saltare tante incrostazioni che frenano il mercato.

La battaglia per la modernizzazione può servire all’Italia ma serve innanzitutto agli industriali, specie se non vogliono continuare a perdere consensi – e iscritti – tra i loro stessi associati. Se Confindustria non vuole trasformarsi solo in un grande centro servizi per le imprese – a Torino c’è un esempio in questo senso non proprio secondario dopo che la Fca è uscita dalle file dell’associazione – deve reinventarsi al più presto e giocare un ruolo più attivo che non sia solo quello della difesa di interessi di settore. Boccia ne è conscio; bisognerà vedere se vorrà e saprà farlo.

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