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Donald Trump vuole la pace in Medio Oriente, ma affossa ‘i due Stati’

Donald cambia i giochi

Stefano Stefanini analizza la posizione di Donald Trump sul Medio Oriente e scrive: «sta imprimendo più di un cambio di direzione alla politica estera americana, ma non è detto che avrà successo».

Così Donald cambia i giochi

Come tutti i suoi predecessori, Donald Trump vuole la pace in Medio Oriente. La continuità si ferma qui. In mezz’ora di conferenza stampa con Benjamin Netanyahu, il Presidente americano ha messo la pietra sopra la soluzione dei «due Stati».

Una soluzione, quella di uno Stato israeliano e uno palestinese, che è stata il faro degli infiniti tentativi di risolvere la crisi dal 1993 ad oggi. Trump non l’ha esclusa, ma il suo agnosticismo e le condizioni del primo ministro israeliano, che esige il «totale controllo» di sicurezza israeliano sull’intero West Bank, la relegano alla retroguardia della diplomazia mediorientale.

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Trump batte un’altra strada. Non interpella i palestinesi. Punta a diluirli in un ampio accordo regionale. Gli fa sponda Netanyahu perché ormai «i Paesi arabi non vedono più Israele come un nemico»: adesso il nemico, comune, è l’Iran. Queste le basi del maxi-accordo (much bigger deal) terreno sul quale il Presidente americano si sente di casa. Visione audace, seguiti operativi lacunosi. Fino a che punto gli Stati arabi sono pronti a un accordo sulla testa dei palestinesi? Quale «flessibilità» offre in cambio Israele?

La conferenza stampa è stata straordinaria. Si è tenuta prima, non dopo, i colloqui. Su argomenti come gli insediamenti o lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, i due leader se la sono cavata con un «ne parleremo». I due Stati non sono stati nominati, sino alla domanda di un giornalista israeliano. L’accordo nucleare con l’Iran è stato pesantemente censurato, ma senza parlare di annullarlo. Chi chiedeva cosa Washington intendesse farne è rimasto senza risposta. Incoraggiato da Netanyahu, Trump ha confermato nuove sanzioni a Teheran slegate al nucleare e collegate ai recenti lanci di missili balistici iraniani.

Nel bel mezzo di una crisi della sua amministrazione ancora in ebollizione, tutt’altro che sopita con le dimissioni di Michael Flynn, Donald Trump non smette di stupire. L’ha difeso, mentre la Casa Bianca si era affannata a presentarle come un licenziamento. Continua a navigare in solitario. La struttura della Casa Bianca è debole e, quasi dilettantesca. Imparerà forse, ma non è né abituata né preparata allo scrutinio microscopico di cui è oggetto qualsiasi amministrazione. Non se la può più cavare con «fatti alternativi». Dipartimento di Stato e Pentagono hanno un titolare, ma sono indietro con tutte le altre nomine.

Imperterrito, il Presidente sembra avere le idee chiare di dove vuole arrivare, se non di come. Ha fatto dell’Iran il perno di una problematica alleanza in fieri che risolva anche il problema palestinese. Nel disegno c’è anche l’idea di staccare la Russia dall’Iran.

Oggi il nuovo Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, incontra il pilastro della diplomazia russa, Sergei Lavrov. Dovrebbe essere il primo passo per il rilancio del dialogo, ma le nubi si sono addensate sui cieli di Washington. Il critico rapporto russo-americano, che per decenni Casa Bianca e Cremlino avevano maneggiato con i guanti, si è invischiato nelle sabbie mobili della sicurezza e politica interna americana. Trump ha adesso più di uno scheletro russo nell’armadio e deve muoversi con i piedi di piombo.

L’incauto Flynn ha fatto da capro espiatorio. Tuttavia i veri responsabili sono i due leader: Vladimir Putin per l’ingerenza senza precedenti nelle vicende elettorali americane; Donald Trump per averla quasi incoraggiata e soprattutto per l’opacità della sua condotta verso Mosca durante la transizione. Mischiando politica estera con simpatie personali e connivenze elettorali i due Presidenti hanno complicato l’obiettivo di un riavvicinamento. Ma ci sono pochi dubbi che è quanto entrambi vorrebbero.

Donald Trump sta imprimendo più di un cambio direzione alla politica estera americana. Non è detto che avrà successo. Il Senato fa resistenza sulla Russia. Le indagini continueranno sulla «Russian connection». Mosca vuole un’intesa, ma non gli farà sconti. In Medio Oriente alleanze, inimicizie e rivalità sono sfuggenti e fluttuanti. Incerti nel risultato, i segnali di cambiamento da Washington sono però inequivocabili.

Verrà anche il turno dell’Europa. Ieri, alla Nato, prima avvisaglia: messa in mora del Segretario alla Difesa Mattis sulle spese militari dell’Alleanza. A parte Theresa May, l’unica autorevole voce europea che si è fatta sentire a Washington è quella di Federica Mogherini. Brava, ma non basta. Rischiamo di arrivare in ritardo all’appuntamento con la rivoluzione Trump. Ci piaccia o no, dobbiamo prenderne le misure.

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