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Distruggiamo la credibilità del Califfato EMMOTT *

Bill Emmott

Bill Emmott – Dopo atrocità terroristiche come quelle di martedì a Bruxelles o a Parigi a gennaio e novembre dello scorso anno, la pressione politica a reagire, agire, contrattaccare è sempre intensa. Ci impegniamo a non cedere al terrore, dicono tutti, però dobbiamo combattere. Ma come?

La risposta è: con la pazienza, con la determinazione e con la collaborazione.

La pazienza è al contempo la parte più difficile e la più importante.

Eppure l’esperienza tratta da ogni atto di terrorismo che si è verificato in Europa, in passato, sia in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia, Germania o Spagna, è che i peggiori errori sono stati commessi grazie a reazioni dure e frettolose che servono solo ad aiutare i terroristi a reclutare più sostenitori. La cosa giusta da fare è cercare di immaginare che cosa davvero potrebbe servire agli attentatori, allo Stato islamico, e quindi evitare di farlo. Sarebbero aiutati da misure dirette a emarginare la comunità musulmana locale o da ritorsioni arbitrarie e mal congegnate.

Come l’Esercito repubblicano irlandese nel mio Paese durante gli Anni 70 e 80, ciò che lo Stato islamico più desidera vedere sono i musulmani, i loro potenziali sostenitori, in Belgio o in Francia o altrove, arrestati e imprigionati senza processo, o deportati in base a un semplice sospetto. Nulla sarebbe loro più utile per creare la prossima serie di kamikaze.

I valori europei hanno bisogno di essere difesi, non sospesi e sovvertiti. Parte di questa difesa dev’essere una reale attenzione ai motivi di alienazione in una prospettiva di lungo termine. In primo luogo la crisi economica e con essa la mancanza di lavoro e di opportunità, un risentimento condiviso con il resto della popolazione in molti Paesi della zona euro.

Questo, però, non è un problema risolvibile nell’immediato, per quanto importante. Il problema più a breve termine che i governi europei possono e devono affrontare con determinazione e spirito di collaborazione è l’ascendente dello Stato islamico nel presentarsi come causa da seguire e per cui lottare.

Negli ultimi due-tre anni lo Stato islamico e il suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, sono riusciti a rendersi credibili come potenza, e in particolare come una forza con la possibilità di affermarsi come uno Stato vero e proprio, che governa il territorio in Siria, Iraq e, forse, Libia. Il suo successo nel catturare le città di Mosul in Iraq e Raqqa, in Siria, in particolare, ha agito come fonte di ispirazione per molti musulmani, in Medio Oriente, come in Africa o in Europa.

Questo troppo spesso viene trascurato. Lo Stato islamico non è solo, o anche soprattutto, attraente per la sua ideologia o per la religione. Lo è per la sua credibilità. In effetti, sta facendo in Siria e in Iraq quello che la creazione di Israele, e poi la sua agguerrita difesa, hanno fatto in Palestina per gli ebrei.

La capacità di sferrare attacchi terroristici nelle città europee è parte di questa credibilità, ma non la più importante. Questo genere di attacchi, dopo tutto, sono stati messi a segno in precedenza da altri gruppi, tra cui Al Qaeda di Osama bin Laden, e da cani sciolti. La parte veramente significativa della credibilità dello Stato islamico sta nel suo nome: il suo successo nell’annettersi territorio e la creazione di uno Stato embrionale.

Quindi, dopo gli attacchi di Bruxelles, i governi europei hanno bisogno di concentrarsi su come intaccare e alla fine distruggere tale credibilità. Scongiurare ulteriori attacchi terroristici nelle loro città è un obiettivo comprensibile – e certamente per questo occorre un miglior lavoro di intelligence – ma in ultima analisi un obiettivo che non potrà mai essere pienamente raggiunto. Cambiare l’immagine dello Stato islamico in Siria, Iraq e Libia è qualcosa che è possibile, e può essere fatto.

Non è facile, altrimenti sarebbe già stato fatto. E non sarà ottenuto con sporadici bombardamenti su obiettivi dello Stato islamico da parte delle forze aeree britanniche, francesi, americane o russe. Ma potrebbe essere raggiunto se i governi europei mostrassero un’autentica determinazione e se lavorassero sodo per convincere l’amministrazione Obama che l’assunzione di un ruolo serio in un’azione militare durante il suo ultimo anno in carica è un rischio che vale la pena correre.

Il piano di inviare forze in Libia, sotto la guida italiana è una parte importante di questo scenario. Ma se dev’essere fatto, allora dev’essere fatto con un maggior numero di truppe e mezzi militari rispetto a quelle previste. Poi, i governi europei dovrebbero prendere in seria considerazione l’ipotesi di unire le forze con la Turchia, gli Stati arabi sunniti e il governo iracheno per cacciare lo Stato Islamico da Mosul.

L’obiettivo è semplice: si deve dimostrare che lo Stato islamico è perdente, una forza in declino e sostanzialmente senza speranza. Il calo dei prezzi del petrolio ha già ridotto il suo reddito. Le sconfitte militari, una dopo l’altra, lo renderebbero meno attraente come entità per cui combattere, sia in Medio Oriente o nelle città europee. Ciò può essere ottenuto solo con l’invio di vere truppe, in accordo con le nazioni arabe, per mettere a segno quelle sconfitte.

Non è una bella prospettiva. Ma l’alternativa è un continuo flusso di attacchi terroristici nelle città europee.

(traduzione di Carla Reschia)

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