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Codice di regolamento delle Ong: l’Italia alla sfida del fuoco amico

sfida del fuoco amico

Non passa il codice di regolamento delle Ong. Medici senza frontiere non firma: “No a polizia giudiziaria armata a bordo delle navi”. Il Viminale risponde minacciando di escludere dalle operazioni tutte le realtà che non accetteranno il piano. Per Stefano Stefanini quella in corso tra le Ong e il governo è “la sfida del fuoco amico che lascia l’Italia da sola ad affrontare l’emergenza”.

La sfida del fuoco amico

La geografia fa dell’Italia la prima linea dell’immigrazione dall’Africa. La miopia politica di amici e partner la lasciano da sola. La prima è inevitabile; la seconda è incresciosa.

Fra gli amici, il governo italiano contava, e conta, le Organizzazioni non governative (Ong). Così le ha sempre trattate. Salvano vite umane – e questo basta. Ieri però le Ong hanno varcato la soglia dell’inaccettabilità. Il Viminale era stato adamantino: l’obiettivo italiano non è d’impedire loro il soccorso in mare dei migranti. Il codice di condotta è solo una ragionevole disciplina della loro attività, non un ostacolo a svolgerla. Una delle più serie ed autorevoli, Save the Children, l’ha sottoscritto con ammirevole senso di responsabilità. Il rigetto delle altre non ha pertanto giustificazioni e rasenta l’irresponsabilità sotto il profilo della sicurezza.

Il governo Gentiloni cerca di affrontare l’emergenza costruttivamente, puntando sulla cooperazione, a monte con Tripoli e le tribù libiche, a valle con chi fa operazioni di soccorso, e sulla collaborazione del resto dell’Europa. L’approccio di Roma si è trovato alle prese con tensioni con la Francia, minacce austriache di chiusura dei confini e con un governo libico che prima accetta, poi rifiuta l’aiuto della Marina militare nelle proprie acque territoriali.

Senza collaborazione delle controparti l’Italia non avrà altra scelta che fare da sola. Cioè prendere misure di tutela dei propri interessi e prerogative, senza concordarle con gli interlocutori che rifiutano un approccio cooperativo. Il problema con Tripoli è politicamente e diplomaticamente complesso. Richiede tempo e pazienza. Quello con le Ong può essere invece risolto.

Il rigetto del codice di condotta è la goccia che fa traboccare il vaso. Le Ong si oppongono così ad esigenze di gestione di un flusso immigratorio che ha per unica destinazione l’Italia. Il salvataggio in mare è più che legittimo; è un obbligo. Il fenomeno immigrazione dall’Africa verso l’Europa, via Italia, ha però una dimensione geopolitica, economica e di sicurezza che travalica quella prevalentemente umanitaria, che è l’habitat delle Ong. Basta che fra le decine di migliaia che le loro navi scaricano ogni anno in Europa vi sia un solo terrorista, un solo jihadista in fuga dalla caduta del califfato, per colpevolizzare tutta loro attività. E’ una responsabilità che non può essere lasciata a professionisti umanitari che sono però dilettanti di sicurezza.

Con il codice di condotta l’Italia solleva le Ong da un «accountability» politica e di sicurezza che, da sole, non hanno né le capacità né l’esperienza di assumere. Chi lo rifiuta o si arrocca dietro il muro separatorio fra «governativo» e «volontario» che le circostanze non consentono più o, peggio, è in malafede nella consapevolezza di un’obiettiva convergenza con i trafficanti di esseri umani: più ne sono messi in mare, più se ne salvano. C’è solo da sperare che i secondi siano la rarissima eccezione. Non vi rientrano certo le due Ong (Médecins sans Frontières e Jugend Reptet) che, pur rifiutando il codice, hanno almeno partecipato all’incontro al Viminale; non hanno saputo superare il tabù. Qualche dubbio viene per quelle che hanno disertato l’incontro: «Ong» che rifiutano il dialogo?

A questo punto all’Italia non rimane che trarre le conseguenze dal gran rifiuto. Senza codice di condotta, diventa perfettamente legittimo negare l’accesso (e lo sbarco del loro carico di migranti) nei porti italiani alle navi delle Ong che battono bandiera straniera. Se battono bandiera italiana, Roma potrà prendere gli opportuni provvedimenti per impedir loro di operare. Sono misure drastiche ma anche conseguenza logica del comportamento tenuto dalle Ong in questione.

Attuarle o meno sarà solo una questione di volontà politica. D’altro canto il ministro Minniti e il governo si giocano credibilità interna e internazionale, dopo essersi mossi con chiarezza e coerenza in un campo minato. Meritano consenso interno e sostegno esterno, soprattutto in Europa. L’ultima cosa di cui ha bisogno è il fuoco amico a Roma o in Europa, dettato da calcolo elettorale o da velleità di concorrenza post-coloniale.

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lastampa/La sfida del fuoco amico STEFANO STEFANINI

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