Editoriali

Una legge che deve migliorare UGO DE SIERVO*

C’è da augurarsi che dopo i festeggiamenti per il passaggio in Senato della riforma costituzionale e per la vittoria sostanziale di Renzi e Boschi sui vari e confusi oppositori, qualche responsabile politico rilegga finalmente con adeguato spirito critico quanto è stato infine approvato: il testo appare davvero troppo criticabile in numerosi punti perché possa pensarsi che la nostra Costituzione potrebbe funzionare meglio con la sua definitiva approvazione. È vero che poi dovrebbe esservi su di esso il referendum popolare, ma questo potrà solo o approvare o respingere tutto il testo della riforma, mentre essa appare necessitare correzioni e miglioramenti.  

In tutta la vicenda si sono sommati due fattori molto negativi.  

Nel governo una qualche improvvisazione progettuale ed una notevole inadeguatezza tecnica; nelle variegate opposizioni l’ossessiva volontà di contrapporsi al premier, caricando le proposte in discussione di improprie volontà eversive dell’assetto democratico e confondendo la legislazione elettorale con quella costituzionale. Nei mesi trascorsi ho già avuto occasione di motivare le mie critiche a vari e importanti punti della riforma: basti qui ricordare le debolissime ed eterogenee funzioni del nuovo Senato, la pretesa che un organo rappresentativo del genere possa funzionare gratuitamente, il confuso e incompleto riparto di competenze legislative fra Stato e Regioni, il fortissimo aumento dei poteri dello Stato centrale, la sottrazione alla riforma delle Regioni speciali.  

Ma nell’ultima versione, magari al fine di ridurre così le opposizioni di coloro che pensano di poter bilanciare la forza del governo con organi e procedure di garanzia e di controllo, ci si è nuovamente inoltrati nel campo assai delicato degli altri organi costituzionali, in tal modo però dimostrando la modesta consapevolezza della necessaria sistematicità che occorre quando si tocca l’insieme dell’ordinamento costituzionale. Mi riferisco in particolare al mantenimento della previsione che il Presidente della Repubblica possa essere nominato solo ove un candidato consegua, anche dopo innumerevoli votazioni, la speciale maggioranza dei tre quinti dei voti e alla previsione che il Senato debba nominare due dei giudici della Consulta, lasciando alla Camera la nomina degli altri tre. 

Ma far dipendere la nomina del Presidente della Repubblica dal necessario consenso di almeno parte delle opposizioni significa, nella nostra realtà politica, rischiare davvero di non avere per anni proprio il massimo organo politico di garanzia o di averlo infine con un profilo debolissimo. Sulla base di una norma analoga è da decenni che il nostro Parlamento ritarda gravemente a nominare molti giudici costituzionali di sua competenza e addirittura anche adesso l’attuale Parlamento non riesce a nominarne ben tre, così mettendo in seria difficoltà di funzionamento la Corte costituzionale. Ripetere l’esperienza con il Presidente della Repubblica appare davvero rischioso. 

Quanto al potere di nominare due giudici costituzionali, c’è anzitutto da ricordare che in tal modo si rischia di qualificare i giudici costituzionali come rappresentativi dell’uno o dell’altro organo legislativo e non del complessivo assetto rappresentativo. Ma poi occorrerebbe anche essere consapevoli che in tal modo si rischia di affidare la nomina di questi giudici alla maggioranza politica presente in Senato, con quindi una conseguente pericolosa politicizzazione della Corte stessa. Solo recenti ed opportune analisi giornalistiche sembrano concludere che nel futuro Senato sarà possibile e probabile la presenza di forti maggioranze, originate dal basso numero nelle varie Regioni dei senatori da nominare e dalla normale omogeneità delle maggioranze dominanti nel maggior numero di Regioni. 

Sarebbe quindi assai opportuno analizzare con lucidità quanto si è progressivamente stratificato in questo tentativo di riforma costituzionale. 

*lastampa

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