Editoriali

Se l’aria pulita è un buon affare. MARIO TOZZI*

Ne abbiamo viste tante di «emergenze» e siamo ormai così disillusi che è difficile essere ottimisti per quello che riguarda il futuro ambientale del nostro pianeta. Non tanto per la Terra, quanto per il benessere dell’umanità messo in pericolo da un cambiamento climatico globale e così accelerato da avere ben pochi confronti con il passato.  

Però, a fine di questo 2015, forse è possibile individuare qualche controtendenza che potrebbe farci guardare al futuro con maggiori speranze. Sempre a patto che i sapiens riconoscano i propri limiti e non dimentichino quello che imparano quando devono fronteggiare le emergenze, momento in cui spesso danno il meglio di sé. 

Certo, è difficile vedere una controtendenza nel micidiale inquinamento atmosferico che mette fuori combattimento una megalopoli come Pechino e condanna a provvedimenti palliativi città come Milano e Roma (nessuna alternativa al blocco totale del traffico, solo che servirebbero due mesi, non due giorni). Però, per la prima volta, sono le stesse case automobilistiche e i petrolieri a condividere le preoccupazioni ambientali accelerando sulla ricerca tecnologica e «addolcendo» i carburanti. E dalla conferenza sul clima di Parigi sono emersi alcuni fatti oggettivamente positivi, come un obiettivo comune condiviso da 196 paesi, uno scadenzario più preciso e oltre mille città che si sono impegnate a decarbonizzarsi totalmente. E poi altri segnali, come la crescita esponenziale del contributo delle energie rinnovabili al fabbisogno elettrico di Paesi come l’Italia (circa il 30%, con punte anche oltre il 50%, con buona pace di chi pensava che con il Sole non ci si potessero nemmeno cuocere le uova). E la Gran Bretagna che si impegna ad abbandonare il carbone entro il 2025: un fatto di enorme portata simbolica, visto che proprio lì, a metà del XIX secolo, e proprio sul carbone, è iniziata l’alterazione antropica dell’atmosfera e del clima.  

Tutto questo si tradurrà e già si traduce in un circolo economico virtuoso in cui si traggono profitti dalle riconversioni ecologiche. E si sa che non c’è nulla come il profitto per cambiare anche l’animo dei sapiens. Si è capito che il clima è la nostra casa comune e che le persone non sono più disposte a morire soffocate. Un cambiamento culturale fondamentale: non ci sarà nessun profitto economico su un pianeta distrutto e con un’atmosfera surriscaldata oltre i 2°C. Finalmente si prende atto che, se gli ecosistemi sono compromessi, non è possibile alcuno sviluppo, perché non è possibile alcuna economia. 

Nella sua enciclica ambientale Francesco lo aveva sottolineato con forza, facendo proprie le considerazioni degli scienziati: i comportamenti attuali dell’uomo, e soprattutto alcune sue attività produttive, ledono in modo permanente il diritto delle generazioni future di abitare un pianeta in salute che dispensi risorse e felicità per tutti. Il Papa ha giustamente parlato di cambiamento di sistema produttivo senza più alcun ritardo: parole che nessun uomo politico di statura mondiale ha mai avuto il coraggio di pronunciare. Ma che molti oggi stanno iniziando a condividere. 

*lastampa

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