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Editoriali

Roma Capitale: Pasticcetti, “personaggetti” e M5S

Una classe dirigente per Roma Capitale

Guai senza fine per la giunta guidata da Virginia Raggi, sindaco M5S di Roma. L’ultimo è di ieri: Raffaele Marra capo del personale del Comune di Roma, è stato arrestato dai carabinieri per corruzione e, secondo l’Unità, il suo arresto sarebbe solo l’inizio: “negli ambienti vicino al Campidoglio comincia a serpeggiare il sospetto che per la sindaca sia già pronto un avviso di garanzia”.

Questo lo stato delle cose che così viene letto da Fabio Martini nel suo editoriale di oggi per La Stampa titolato:

Una classe dirigente per la Capitale

Lo stillicidio di piccoli e grandi infortuni che stanno minando il Campidoglio, oramai segue il ritmo costante di un metronomo. Da sei mesi pasticcetti e «personaggetti» si susseguono quasi quotidianamente, dimostrando in modo empirico una verità: è utopia immaginare di poter governare una città malata come la Capitale senza una classe dirigente. Nelle prossimi giorni l’esperienza della sindaca di Roma potrebbe prematuramente concludersi.

Ma sei mesi fa Virginia Raggi era stata fortissimamente voluta dai romani, che l’avevano imposta a furor di popolo. Davanti ad una «chiamata» così corale, i Cinque Stelle produssero un’ amministrazione senza fregi e senza ambizioni. I problemi e la storia di Roma avrebbero suggerito una visione più ariosa.

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Nei mesi successivi il susseguirsi di infortuni, gaffes e dimissioni ha indotto il litigioso mondo grillino a cercare i nuovi dirigenti e i nuovi assessori comunali con metodologie impressionistiche, che in alcuni casi hanno privilegiato l’agendina del telefono rispetto ad una meditata selezione. Un progressivo avvitamento sul quale ha pesato un equivoco: far crescere o affidarsi ad una classe dirigente significa sporcarsi le mani. E’ sinonimo di continuismo.

Alla classe dirigente, per definizione, appartengono quegli esponenti della società che nel corso della loro vita hanno svolto un’azione direttiva: nelle imprese, nelle amministrazioni pubbliche, nelle università, nelle professioni. Ed è proprio a questo mondo di competenze e di esperienze si sono sempre affidati tutti i governi alla loro prima volta. La storia è fatta di drastiche svolte: partiti, schieramenti e leader chiamati alla prova del governo senza alcuna precedente esperienza. Nel 1996, quando gli eredi del Pci, grazie alla guida di Romano Prodi, conquistarono la maggioranza per la prima volta nel dopoguerra, si affidarono ad una classe dirigente: in quell’esecutivo entrarono un ex Governatore della Banca d’Italia come Carlo Azeglio Ciampi, due ex presidenti del Consiglio come Lamberto Dini e lo stesso Ciampi, un ex presidente della Camera come Giorgio Napolitano, un economista come Beniamino Andreatta che era stato più volte ministro. Non a caso un personaggio misurato come il presidente della Bce Mario Draghi, facendo riferimento a quella squadra, ha recentemente battezzato il governo Prodi con queste parole: «Una costellazione di risultati positivi che non si sarebbe più ripetuta».

Ma anche a Roma è accaduto qualcosa di simile. Nel 1976, dopo 30 anni di sindaci democristiani, a vincere le elezioni furono comunisti e socialisti. E le sinistre, circondate dall’ostilità del Vaticano e dei potentissimi «palazzinari», affidarono la guida della città eterna nelle mani di un celebre storico dell’arte: Giulio Carlo Argan. Attorniato da una squadra di assessori che consentirono a Roma di liberarsi da quei residui di Terzo mondo che erano le borgate e i borghetti. E di brevettare un modello di svago estivo intelligente, che sarebbe stato poi imitato in tutto il mondo e che era stato inventato da un docente universitario, l’architetto Renato Nicolini.

La circolazione delle élite è essenziale in qualsiasi democrazia, ma per i Cinque Stelle, una forza carica di energia e di potenzialità alternative, immaginare di proporsi alla guida del Paese con lo stesso profilo sin qui dimostrato a Roma, significherebbe imbarcarsi in un’avventura dall’esito molto incerto. Fino ad oggi la rabbia indistinta e il disagio concretissimo in tante fasce sociali hanno indotto una parte dell’opinione pubblica a chiudere un occhio sulle prove di governo del Cinque Stelle. Non è detto che duri.

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