Editoriali

Conto alla rovescia per il premier

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RIFORMA BICAMERALISMO FEDERICO GEREMICCA

RIFORMA BICAMERALISMO Decenni di dibattiti e confronti, tanto che ormai nessuno ci credeva più. Poi la svolta, trenta mesi di lavoro serrato, sei votazioni tra Camera e Senato, ottanta milioni e passa di emendamenti e la conclusione eccola qui, che a ora di cena entra via tv nelle case degli italiani: l’aula di Montecitorio semideserta e fuori, nella piazza, proteste modeste e di maniera, niente cori, caroselli e «girotondi» in difesa della Costituzione.

Dunque sarà anche una giornata storica, come annotato dal presidente del Consiglio, quella nella quale la riforma del bicameralismo perfetto muove – finalmente – il suo ultimo passo: ma è una storia crepuscolare, avvelenata e per molti versi incomprensibile. Una giornata senza solennità, più avvilente che nervosa, con i banchi della Camera abbandonati da tutte le opposizioni.

Quasi fosse il giorno in cui va in scena un golpe e non il varo di un testo passato al voto parlamentare per ben sei volte.

La fine del bicameralismo perfetto – assieme all’Italicum «madre di tutte le riforme» targate Renzi – vede dunque la sua luce così: e nemmeno questo passaggio storico – vanamente inseguito o promesso da tutti i premier al governo nell’ultimo quarto di secolo – riesce a restituire alla cittadella politica quel senso di sé che pare pericolosamente smarrito. Si pensa ad altro, al voto amministrativo, al referendum trivelle, a cercare consenso politico ed elettorale in qualunque modo.

E così, Lega, Cinque Stelle, Forza Italia e sinistra abbandonano l’aula prima che Renzi cominci a parlare, in un clima irrimediabilmente avvelenato. Come fosse una cosa normale, Salvini e Grillo passano la mattinata ad insultare il presidente della Repubblica, dandogli del codardo o del venduto; per il caso «Tempa Rossa» i Cinque Stelle continuano a chiedere le dimissioni dell’intero governo, che non ha – al momento – neppure un ministro indagato. Si urla contro gli immigrati e si sbandierano gli scandali dell’uno o degli altri, in un drammatico tutti contro tutti. La fine del bicameralismo perfetto è celebrata così: in una sorta di inconfessabile disinteresse generalizzato.

Come sia questa riforma, che vantaggi proponga e quali incertezze e rischi apra, è cosa ormai nota. Matteo Renzi, intervenendo per l’ultima volta ieri alla Camera dei deputati, più che spiegarla ha tentato di rispondere, una per una, alle tante obiezioni diffuse. Ha citato Dossetti, La Pira e Terracini per dare spessore al suo intervento e annotare che dubbi e perplessità erano diffusi anche tra i padri costituenti. Ha cercato, insomma, di dare lui solennità ad un passaggio importante in sé e decisivo per il suo futuro. Il tentativo, bisogna dire, non è granché riuscito: se si trattasse di calcio, diremmo per impraticabilità del campo.

Due cose, però, sono ormai certe. La prima è che il Senato, così come finora conosciuto, ha i mesi contati: basta con le doppie letture, le leggi avanti e indietro, i voti di fiducia al governo ora qui, ora lì. I vantaggi, sul piano dell’operatività, dovrebbero essere evidenti: altrimenti non si spiegherebbe perché leader come Craxi e Berlusconi (ma anche Prodi e altri) hanno tentato per anni di aggirare le lentezze parlamentari mettendo mano ai regolamenti o affidandosi alla discutibilissima prassi dei voti di fiducia.

La seconda cosa certa è che il tic-tac, per Matteo Renzi, è cominciato: un lungo conto alla rovescia verso quel referendum confermativo («Ad ottobre sarebbe fantastico») al quale il premier ha legato la propria sorte. In fondo, il famoso «se perdo vado via» somiglia al più recente «quell’emendamento l’ho voluto io» (Tempa Rossa): un modo per personalizzare lo scontro politico (o giudiziario) nella convinzione di esser tutt’ora circondato da un’aurea di assoluta invincibilità.

Rischioso. Perché il tempo passa, le cose cambiano e non è quasi mai vero che il potere logora chi non ce l’ha. Anche il potere logora: soprattutto se accentrato e gestito in maniera spiccia, diciamo alla fiorentina. È per questo, forse, che il discorso di Renzi ieri alla Camera ha avuto tratti «tradizionali» e perfino pedanti. Niente a che vedere con l’aria sbarazzina e le mani in tasca con le quali avviò due anni fa la sua avventura proprio nel moribondo Senato.

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