Editoriali

Renzi tesse buone alleanze ma resta dietro STEFANO STEFANINI*

I cacciabombardieri russi non sono atterrati a Latakia per vetrina. Vladimir Putin è uomo d’azione. Due giorni fa, a New York, aveva detto che la Russia intendeva sostenere Damasco e combattere lo Stato Islamico. Tornato a Mosca lo ha fatto. Con i bombardamenti aerei la Russia ha introdotto nell’equazione siriana una nuova variabile – diretta, militare e probabilmente muscolosa. Allontana o avvicina una soluzione? Dipende dall’imperscrutabile Putin. 

 

La rapidità nel passare dall’invio dei rinforzi alle operazioni fa pensare o ad un imminente collasso militare di Assad o ad una subitanea decisione di cambiare i rapporti di forza o al desiderio di smarcarsi dal condizionamento dell’avventura ucraina (con un’altra). Una spiegazione non esclude le altre. La mossa non è senza rischi: quando si comincia con «consiglieri militari» sul terreno non si sa mai dove e come si va a finire. Lo sanno bene sia russi che americani.  

 

La prima reazione americana è stata guardinga. Scontato l’ammonimento di Kerry a Lavrov: l’intervento russo complica gli sforzi di «de-conflitto» della crisi siriana cui i russi stessi si sono associati. Gli americani si dicono rassicurati dal fatto che gli aerei russi hanno evitato gli spazi dove opera l’aviazione Usa.  

 

Ma notano che i bersagli sono in un’area, nelle vicinanze di Homs, che non è sotto controllo di Isis (che invece i russi sostengono di aver colpito). Qual è il disegno russo? Sconfiggere l’Isis o far vincere Assad su tutti gli avversari, compresi i ribelli più moderati, sostenuti da Stati Uniti e da europei? Il secondo scenario conduce a un confronto aperto con Washington. Solo se Mosca si limita allo Stato Islamico, come dice di voler fare, si può continuare a ragionare in termini di contributo russo a sbloccare la crisi siriana. 

 

La restaurazione di Assad è semplicemente impossibile. L’opposizione sunnita moderata sarà debole ma è indispensabile. Sconfitto Isis bisognerà trovare una formula di divisione di potere fra alawiti, sunniti e curdi. Lo si può fare solo in concerto internazionale, con Stati Uniti, Turchia, Paesi arabi e europei che sostengono le componenti dell’opposizione non jihadista. Sono quelle che permetteranno la governabilità dei sunniti siriani che costituivano circa il 70% della popolazione all’inizio della crisi.  

 

L’Europa segue con ansia l’esito di una vicenda di cui subisce pesantemente e direttamente le conseguenze senza far molto sentire la sua voce. Francia, Regno Unito e Germania salvano le apparenze nelle riunioni a tre, cui l’Ue partecipa con Federica Mogherini. Londra e Parigi partecipano militarmente alla coalizione anti-Isis. Berlino compensa giocando da protagonista sullo scacchiere ucraino e delle sanzioni alla Russia. Il 2 ottobre ne riparlano a Parigi i Ministri degli Esteri in «formato Normandia» (Francia, Germania, Russia, Ucraina). 

 

E l’Italia? Il Presidente del Consiglio non sembra farsi cruccio dell’assenza da questi incontri. Si posiziona abilmente come ha fatto con l’Iran e soffre di meno vincoli come ha voluto dimostrare con il viaggio a Mosca in marzo. Si è mosso bene all’Onu dove ha saputo efficacemente riportare l’attenzione sulla Libia e a ribadire che l’Italia è pronta ad assumervi responsabilità guida. 

 

L’Ammiraglio Di Paola, ex-Ministro della Difesa, dopo aver ricoperto le massime cariche militari italiane e della Nato, osservava che forse l’assenza dell’Italia dai tavoli ristretti è una scelta coerente con le nostre attuali priorità. Partecipare significa prendere impegni, anche militari, e assumere posizioni scomode, come fatto dalla Germania nella crisi ucraina. In questo momento, vuoi a causa dell’agenda interna (lo psicodramma della riforma del Senato assorbe non poche energie – nessuna speranza di un voto 162 a 0 come la Duma russa…) vuoi per innata riluttanza all’antagonismo internazionale, Matteo Renzi preferisce tenere l’Italia defilata sui temi più controversi, pur rimanendo nel classico alveo europeo e atlantico.  

 

L’Italia incassa i dividendi di buoni rapporti – se persino Washington incoraggia la diplomazia italiana a tener vivo il dialogo con Teheran e Mosca, come scriveva su queste colonne Paolo Mastrolilli – ma paga il prezzo di una politica estera, senz’altro avveduta ma non in grado d’influenzare i dibattiti a porte chiuse né di contribuire alle decisioni prese su tavoli ristretti. In attesa di tempi migliori. 

 

*lastampa

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