Editoriali

Quindici mesi difficili in agenda GIOVANNI ORSINA*

Ha senz’altro ragione Matteo Renzi quando rivendica le tante cose fatte dal suo governo. È in larga misura nel giusto anche quando afferma che molte di queste riforme attendevano da anni. E pure se la sua polemica contro i «gufi» è diventata ormai sterile e ripetitiva oltre ogni dire, non ha torto nel ricordare che in pochi avrebbero scommesso sulla sua capacità di raggiungere questi obiettivi. Come ho già avuto occasione di scrivere, io per primo, se da cittadino gli auguravo successo, da analista nutrivo forti dubbi sulla possibilità che dominasse un quadro politico così decomposto. Mi sono sbagliato, e da cittadino sono ben contento di essermi sbagliato. Anche se – mi sia consentito notarlo da analista – Renzi finora, oltre che molto abile, è stato pure straordinariamente fortunato.  

Proprio il fatto che il Paese attendesse da tempo molte delle riforme attuate negli ultimi due anni segnala una delle cifre essenziali della politica renziana: l’attivismo, unito a un pragmatismo estremo e a uno straordinario tempismo. L’attivismo: fare le cose viene prima ancora che sapere che cosa si fa, e perché.  

In questo Renzi – non sono il primo a notare la somiglianza – ricorda un altro «maledetto toscano», Amintore Fanfani. Pragmatismo e tempismo: non si fanno le battaglie contro i mulini a vento, ma si scivola lungo la corrente, cogliendo i frutti che vengono via via maturando. Niente di male: il pragmatismo è oggi la cifra fondamentale di tutti i leader europei di successo, a partire da Angela Merkel. Ed è lecito dubitare che ciò accada per caso.  

L’attivismo di Renzi, a ogni modo, non ha soltanto sfruttato il «libro delle cose non fatte». Ne ha pure sfogliato finora le pagine più facili. Non le pagine facili, si badi: nel libro delle cose non fatte nessuna pagina è facile, altrimenti le cose sarebbero state fatte molto tempo fa, e i «gufi» non avrebbero potuto profetizzare il fallimento del presidente del Consiglio. Ma le pagine relativamente più facili delle altre, soprattutto perché onerose, magari anche molto onerose, sul terreno politico e simbolico – ma meno su quello delle molte reti di interessi costituiti che avvolgono il Paese, e meno ancora sul terreno economico. Un esempio di pagina davvero difficile? Non pretendo di essere originale: la pagina di una reale, consistente riduzione della spesa pubblica. In assenza della quale è impensabile che l’Italia si rimetta in carreggiata. Della quale non si vedono i segni. E al posto della quale un paio di settimane fa Renzi ci ha dato una battuta di dubbio gusto su uno dei tanti commissari alla spending review che l’Italia ha consumato negli ultimi anni – oltre che, più in concreto, un bonus cultura ai diciottenni del quale non si sentiva davvero nessun bisogno. 

È questa dunque la sfida che il 2016 presenta all’attuale governo: che cosa fare, adesso che il libro delle cose non fatte è stato in buona parte, meritoriamente, sfogliato, e ne restano soltanto le pagine più ardue? Tre giorni fa, anticipando l’agenda dell’anno entrante, il presidente del Consiglio ha presentato due possibili risposte a questa sfida: i diritti civili e l’attuazione della riforma della pubblica amministrazione. Nel primo caso, però, siamo ancora nel novero delle pagine relativamente facili, fra le riforme il cui costo è soprattutto politico. Nel secondo saremmo in teoria fra le pagine più difficili – ma, appunto, in teoria: in pratica non si sa ancora molto, se non che la presidenza del Consiglio dovrebbe uscirne ulteriormente rafforzata, e l’onnipresente, infaticabile Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone con l’ennesimo compito in più. 

S’io fossi Renzi, a tutto questo replicherei: «Caro il mio gufo brontolone, con la forza politica che ho, alla guida di parlamentari che non ho scelto e di un governo privo di una legittimazione elettorale robusta, ho fatto fin troppo. E se ho voluto cambiare la costituzione e il sistema di voto, è stato proprio per far sì che il prossimo governo (un Renzi II, senza alcun dubbio) abbia la forza di affrontare le pagine più difficili del libro delle cose non fatte». L’obiezione sarebbe del tutto pertinente. Enfatizza però, non risolve, il problema che mi premeva sottolineare: da qui alla prima finestra elettorale utile si distendono almeno quindici mesi; sul tappeto restano ancora le questioni più difficili; il governo non sembra avere la forza politica (e, dubito, quella culturale) per affrontarle. In un 2016, per giunta, nel quale si voterà in alcuni fra i più importanti Comuni italiani, e si terrà un referendum costituzionale. 

*lastampa

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