Editoriali

Quella Concorrenza al Califfo STEFANO STEFANINI*

Non sappiamo cosa pensasse il sorridente Kim Jong-un mentre scribacchiava l’ordine di detonazione sotterranea di un ordigno nucleare, dichiarandolo bomba all’idrogeno: «Adesso gliela facciamo vedere al mondo?» 

Oppure, «Non voglio essere secondo alla propaganda degli orrendi video dello Stato Islamico?» Pyongyang ha imparato che oggi il potere dell’immagine è pervasivo e istantaneo. Non sappiamo se fosse veramente una bomba termonucleare. La prima valutazione americana è piuttosto scettica. Metro ancor più importante del successo nordcoreano sarebbe però la miniaturizzazione che indicherebbe che gli ordigni atomici possono adesso essere messi a disposizione dei missili – spesso imprecisi ma sempre di più lunga gittata – di cui dispone la Corea del Nord. Gli accertamenti definitivi richiederanno tempo e potrebbero anche ridimensionare quest’ultima bravata nucleare di Pyongyang. Ai fini dell’effetto psicologico il danno è stato fatto – altra analogia con il terrorismo.  

Sappiamo che la scossa politica e strategica è stata immediata e ben più forte di quella tellurica, pur non indifferente (un sisma di 5,1 sulla scala Richter). Il nuovo esperimento atomico nordcoreano acuisce l’instabilità di una regione asiatica già attraversata da tensioni e rivalità; allarma seriamente i vicini sudcoreani e giapponesi, alla portata dei missili nordcoreani; dà un pessimo esempio internazionale ai tanti altri aspiranti all’ingresso nel club nucleare. La condanna è stata unanime (Stati Uniti, Russia, Europa, Nazioni Unite) e immediata. E vi si è unita senza distinguo anche la Cina. Più ancora della condanna è sorprendente l’ammissione di Pechino di non essere stata a conoscenza dell’iniziativa nordcoreana. Vi è poco motivo di dubitarne la sincerità: già le fonti d’intelligence della Nato avevano anticipato che era stata colta di sorpresa. La reazione cinese sta pertanto ad indicare tre cose: incapacità di controllare Pyongyang, che pure dipende dalla Cina per la propria magra sopravvivenza economica; preoccupazione di trovarsi alle prese con un regime senza più freni grazie alla capacità di ricatto offerta dall’arma nucleare; luce verde a un’ulteriore stretta sanzionatoria, unico strumento di pressione a disposizione della comunità internazionale. Di quest’ultima la verifica si avrà presto in Consiglio di Sicurezza dell’Onu. 

Non è mai stato chiaro quanto Pechino controlli Pyongyang. Meno di quanto sarebbe auspicabile, visto che la Cina è l’unico canale per comunicare con la Corea del Nord. Gli americani lo utilizzano regolarmente – non ce ne sono altri. Per quanto la Corea del Nord abbia bisogno dell’aiuto cinese, il ruolo di protettore è una scelta quasi obbligata per la Cina. Per trovare amici regionali Pechino deve arrivare a Myanmar, Sri Lanka e Pakistan. Se si eccettua la disagiata intesa con la Russia, densa di sfiducie reciproche e di contenziosi sotterrati (o rinviati), tutti i vicini dell’area Asia-Pacifico hanno con la Cina serie divergenze e tensioni, territoriali e altre. Pechino ha il complesso del contenimento, che vede imposto sia per la presenza degli Stati Uniti sul piano militare e strategico, sia per il recente trattato di partnership transpacifica (TPP) che – oltre alla liberalizzazione commerciale – ha pure una valenza di contenimento dello strapotere economico cinese. 

Pechino non può pertanto «mollare» la Corea del Nord. Il che fa del regime nordcoreano una sorta di servo-padrone nei confronti del grande protettore. Può darsi però che questa volta Kim Jon-un abbia tirato troppo la corda. Più crescono le capacità nucleari e missilistiche della Corea del Nord minore il controllo che la Cina può esercitare su Pyongyang, specie con un leader imprevedibile e portato all’avventurismo. Con la detonazione nucleare il nodo viene al pettine. La sconsideratezza di Kim Jong-un è particolarmente inquietante sul piano regionale e internazionale. Sul primo, la Cina sta affrontando la sindrome del rallentamento di crescita economica (per quanto cerchi di nasconderla). Se il motore cinese s’inceppa, l’intera area Asia-Pacifico ne avverte le conseguenze. Sul secondo, Pyongyang rischia di diventare il modello di «proliferatore di successo». Proviamo solo ad immaginare cosa potrebbe diventare la rivalità fra Iran e Arabia Saudita (o sciita-sunnita), se entrambi disponessero dell’arma atomica. Questa è la miccia da disinnescare. 

*lastampa

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