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Editoriali

Il progetto per salvare tre banche potrebbe ricadere sui conti pubblici

Il progetto per salvare tre banche potrebbe ricadere sui conti pubblici
Il progetto per salvare tre banche potrebbe ricadere sui conti pubblici

Secondo Stefano Lepri il progetto del Tesoro che sta lavorando per completare il salvataggio delle quattro banche finite nella bufera nel 2015, potrebbe avere delle ricadute sui conti pubblici mentre invece, per il governo si tratta di un piano che “non può fallire”. Sull’operazione messa in moto dal Tesoro per salvare tre banche in difficoltà, è scoppiato un braccio di ferro con la Bce. L’istituto lombardo chiede un intervento deciso del governo per sbloccare i fondi, ma la partita appare complessa.

Le spine della soluzione europea

Sorreggere le banche con soldi pubblici non piace a nessuno. Però al punto in cui siamo c’è il rischio che quei costi ci ricadano addosso lo stesso, sia come depositanti sia come debitori. La strada scelta finora dal governo italiano, chiamare le banche sane a farsi carico di quelle malate, presenta sempre più ostacoli. Data l’impopolarità condivisa da politici e banchieri, sarebbe meglio se si riuscisse a percorrerla. Anche riuscendoci, tuttavia, potremmo essere costretti a tenerci per anni un sistema creditizio appesantito, costoso per i suoi clienti famiglie o imprese che siano, poco dinamico nel rispondere ai nuovi bisogni dell’economia. Ne vale la pena?

La contemporanea crisi della Deutsche Bank può segnare una svolta. Da una parte, innervosendo i mercati rende più difficile rastrellare risorse private per gli aumenti di capitali necessari a molti istituti nostri. Dall’altra, impone una evidenza anche alla Germania che finora la negava: le questioni bancarie nell’area euro costituiscono un problema politico ancora irrisolto.

Proprio nel momento in cui il ritorno di poteri alle nazioni viene da alcuni presentato come rimedio alla crisi, vediamo invece tutta la fragilità di poteri rimasti tenacemente nazionali, come quasi sempre quelli che controllano le banche. La Vigilanza comune europea operante da due anni scopre forse più in fretta le cattive gestioni, ma non esistono strumenti collettivi per porvi rimedio.

Troppo presto si è dichiarato chiuso il processo di risanamento seguito alla grande crisi. Anche Berlino ora deve riflettere se non sia stata prematura la direttiva europea sui salvataggi bancari (Brrd) che impone perdite ai creditori delle banche prima di autorizzare un intervento pubblico. La Deutsche di obbligazioni ne ha in giro per 140 miliardi, altro che i 5 del Montepaschi.

Le difficoltà non riguardano solo i Paesi deboli. Per tutti le nuove tecnologie significano sportelli e personale in eccesso rispetto ai servizi da fornire alla clientela comune. In più la Deutsche è ancora troppo impegnata in quei settori speculativi che dopo la crisi dovevano essere ridimensionati, e non lo sono stati abbastanza.

Le banche hanno sbagliato, peggio per loro, se la cavino da sole, si potrebbe ribattere. Ma non è soltanto questione di tenerle in piedi. C’è un problema politico di stabilità dell’area euro che è stato eluso finora proprio per proteggere gli assetti di potere esistenti. Ovvero: una unione monetaria può essere stabile solo se in essa operano molte banche transnazionali.

Tra il 2010 e il 2011 crisi da bolla finanziaria come quelle dell’Irlanda o della Spagna (Paesi che avevano i conti pubblici in ordine, lo si ricordi) furono scatenate dal rientro massiccio e precipitoso dei capitali nei Paesi di appartenenza. L’unione bancaria intrapresa dal 2012 in poi offre solo una cornice per costruire un sistema che non soffra di questa debolezza.

Oggi alcuni Paesi, come la Francia, possono ritenere che le loro banche siano al riparo. Negli altri un uso del denaro pubblico è altamente impopolare. Un intervento collettivo con capitali dell’Esm, il meccanismo di stabilità dell’area euro, sarebbe invece nell’interesse di tutti se sorretto da un progetto che agevoli ristrutturazioni e fusioni al di là dei confini.

Di questo avremmo bisogno. La situazione politica non è propizia. I banchieri italiani possono continuare a dare la colpa agli organismi europei troppo severi, i banchieri tedeschi ai tassi bassi della Bce di Mario Draghi. Se si continua così, occorre avvertire che sui cittadini potrebbero ricadere in futuro costi più alti.

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