Editoriali

Perché serve una vera opposizione GIOVANNI ORSINA*

Siamo in Italia, quindi è pur sempre possibile che o nei prossimi giorni in un voto segreto, o nei prossimi mesi in un altro passaggio parlamentare, la riforma costituzionale si areni. È anche assai improbabile, però: tutti i segnali convergono nell’indicare che, dopo quella del sistema elettorale, Renzi incasserà anche la modifica della Costituzione. E se così è, allora la nostra vita pubblica si appresta a entrare in una nuova fase: superato il passaggio della ricostruzione – non completa e non perfetta, ma per il momento, con ogni probabilità, la migliore possibile – dell’assetto istituzionale, bisognerà vedere in quale modo il quadro politico si adatterà alle nuove condizioni. 

 

Prima di azzardare qualche ipotesi sugli sviluppi futuri, vale la pena gettare un rapido sguardo a quel che è appena successo – se non altro perché vi troviamo le radici di alcuni dei problemi che forse verranno. Questo sguardo possiamo condensarlo in una domanda: ma come ha fatto Renzi? Com’è riuscito a trovare una maggioranza per la riforma elettorale, e soprattutto come ha potuto indurre il Senato al più innaturale degli atti – il suicidio? La risposta breve è: c’è riuscito perché ha messo al lavoro tutto il suo notevolissimo talento politico. Un ragionamento un po’ più elaborato aggiunge poi che il suo talento è consistito nel saper cogliere l’attimo – nel capire che cose fino ad allora impossibili erano infine divenute fattibili. Più precisamente ancora, Renzi ha intuito che i suoi avversari, dentro e fuori il Partito democratico, erano a tal punto decotti che non sarebbero riusciti a fermarlo: il sistema politico, che per anni era stato troppo fragile per funzionare bene, ma abbastanza forte da sapersi almeno difendere, si era indebolito a tal punto da non poter più resistere a chi intendesse riformarlo contro la sua stessa volontà.  

 

Con la nuova legge elettorale e la modifica della Costituzione facciamo un ampio passo in avanti verso un traguardo del quale discutiamo per lo meno dai tardi Anni Settanta, e ancor di più dall’inizio dei Novanta: il rafforzamento del potere esecutivo, necessario a restituire alla politica italiana quel baricentro che fino a vent’anni fa fornivano, in maniera disfunzionale ma non inefficace, i partiti del cosiddetto arco costituzionale. L’ultimo erede di quelle forze politiche che sia sopravvissuto, inoltre, il Partito democratico, è il candidato naturale alla guida di questo esecutivo rafforzato. Benissimo. Che cosa manca, perché il nostro sia infine un Paese «normale»? Un’inezia: l’opposizione. 

 

Per tutto quello che s’è detto finora, gli avversari di Renzi non possono che essere deboli – altrimenti lui non sarebbe mai riuscito a fare le riforme. Ma non solo. Anche in questo caso l’Italia, com’è spesso accaduto nella sua storia, cerca di raggiungere la «normalità» politica nella peggiore delle congiunture internazionali. Ossia in un momento nel quale gli altri Paesi dell’Europa occidentale, i modelli della «normalità», sono essi stessi diventati «anormali» sotto i colpi delle tante crisi – economica, della democrazia, dell’Europa, degli equilibri mondiali. 

 

È in circostanze non facili, dunque, che la palla passa ora nel campo della Lega di Salvini, del Movimento 5 stelle coi suoi incerti equilibri, e naturalmente di Silvio Berlusconi, col quale bisogna continuare a fare i conti. Ed è in queste circostanze che dobbiamo chiederci: riuscirà qualcuno di costoro a mettere in piedi un’opposizione credibile – abbastanza distante dal Partito democratico da esser percepita come un’alternativa, ma capace comunque di restare entro il perimetro del possibile? O prevarranno gli istinti «apocalittici» oggi così di moda – istinti che, pur essendo tutt’altro che ingiustificati, assumono forme nichiliste e non costruttive: l’aggressione populista ai professionisti della politica; la rincorsa a frustrazioni e paure; l’invenzione brillante di panacee universali tanto miracolose quanto implausibili; l’antieuropeismo sovranista? 

 

Per quasi cinquant’anni dopo il 1945 abbiamo avuto un governo debole e bloccato al centro. Magari poteva andare peggio, ma di certo non ha funzionato bene. Poi, per i vent’anni successivi, abbiamo avuto un governo debole e l’alternanza bipolare – e anche in questo caso ha funzionato male. Il rischio è che l’Italia entri adesso in una fase nella quale il governo sarà sì forte, finalmente, ma tornerà a essere bloccato al centro da opposizioni incapaci di presentarsi come alternative plausibili. A giudicare oggi dai movimenti e dalle iniziative degli oppositori di Renzi, in realtà, sarei tentato di dire che questo rischio è quasi una certezza. Però mi sono sbagliato nel prevedere che Renzi non sarebbe riuscito a riformare il sistema elettorale e la costituzione – e sono contento di essermi sbagliato. Spero di sbagliarmi anche nel temere che oggi non vi sia nessuno in grado di mettere insieme un’opposizione degna di questo nome. 

 

*lastampa

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