Editoriali

Obama-Putin il dialogo inevitabile STEFANO STEFANINI*

Dopo la poesia di Papa Francesco all’Onu torna la prosa. Sul podio, oggi, il Presidente americano e quello russo. Ben più dei loro discorsi, pronunciati per conquistare la platea internazionale e ancor più per rassicurare quella interna, conterà quello che si diranno poco dopo in privato. Sul tavolo due nodi: Siria e Ucraina. 

 

E’ la prima vera conversazione bilaterale in due anni. Per forma mentis i due leaders sono distanti anni luce. Obama fatica a superare l’istintiva diffidenza; tifava (non da solo) per Medvedev. Putin non glielo ha perdonato. Tornato al Cremlino, ha costantemente sottovalutato il Presidente americano, facendo l’errore di prenderne la ponderatezza per debolezza. La crisi ucraina è intervenuta su un rapporto personale che non era mai decollato. E’ stata la loro diplomazia di Kerry e Lavrov a gettare le basi per l’incontro di oggi.  

 

I margini sono stretti. Putin non può mollare né Assad in Siria né i ribelli del Donbass in Ucraina. 

 

Obama può sorvolare sull’annessione della Crimea, ma non sulla sovranità di Kiev sul resto del territorio; non può accettare che, sia pure per sconfiggere l’Isis, quattro anni di guerra civile e quattro milioni di rifugiati, per lo più in fuga dai bombardamenti del regime, si concludano con la legittimazione del regime di Damasco. Infine, Putin ha bisogno d’incassare qualcosa sulle sanzioni: se non la rimozione, una prospettiva di alleggerimento.  

 

La Siria è più urgente. L’Ucraina sembra entrata in una fase di relativa quiete. Incidenti violano regolarmente il cessate il fuoco ma è venuta mano la pressione militare. Gli elementi più complessi dell’accordo di Minsk, autonomia e riconoscimento delle autorità ribelli in cambio di ritorno della frontiera con la Russia sotto il controllo di Kiev, sono lungi dall’essere affrontati. Sempre più improbabile l’attuazione entro la scadenza del 31 dicembre. Tutto da vedere se un adempimento parziale di Minsk possa condurre a un alleggerimento delle sanzioni. Tuttavia Putin e Obama si possono ancora togliere d’impiccio ribadendo il sostegno all’accordo di Minsk – e rinviando le altre questioni.  

 

Tutte le anticipazioni indicano la Siria come tema centrale dell’incontro. Putin sostiene che l’appoggio a Assad è l’unico modo di estirpare l’Isis. Gli americani non sono del tutto sordi a questa logica. Non ci vuol molto ad accorgersi che, per la sicurezza internazionale, lo Stato Islamico e Al-Nusrah, una filiazione di Al Qaeda, sono più pericolosi della brutale dittatura di Assad. Washington ormai riconosce che non è riuscita né ad alimentare un’opposizione moderata, tanto meno a farne una credibile opzione militare, e che un anno di bombardamenti contro l’Isis ne hanno contenuto l’avanzata ma non l’hanno certo debellato. 

 

Il timore americano è che con l’improvvisa presenza militare russa a Damasco e Latakia il Presidente russo cerchi semplicemente d’imporre la vittoria del regime (e l’influenza di Mosca nella regione). Tra l’altro, in una Siria ormai frantumata, la restaurazione alawita non funzionerebbe. Se questo è lo scopo russo, il vertice a due finisce in un vicolo cieco. Quello che Washington può accettare è di soprassedere sul problema Assad e puntare su un processo negoziale mirato a porre termine alla guerra siriana. Di Assad si parli non come precondizione ma alla fine del processo, ha scritto recentemente Philip Gordon, fino a pochi mesi fa Coordinatore per il Medio Oriente alla Casa Bianca.  

 

Usa e Russia non potranno fare da sole. Un negoziato sulla Siria richiede il coinvolgimento degli attori regionali, in particolare Turchia, Iran, Arabia Saudita; sperabilmente anche un’attiva partecipazione europea. Ma per decollare è necessario l’impegno diretto e congiunto di Washington e Mosca. Finora mancato.  

La collaborazione russo-americana sulla Siria è nell’interesse di entrambi e della comunità internazionale. Fa rabbrividire l’ultima stima americana di 30 mila stranieri accorsi in Siria per combattere sotto le bandiere dello Stato Islamico. Poi, molti di loro tornano a casa. Nessuno degli Stati oggi all’Onu è immune al pericolo. E’ tempo di correre ai ripari. 

 

*lastampa

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