Editoriali

La scommessa a rischio sulla ripresa STEFANO LEPRI*

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Sì, le tasse l’anno prossimo nel loro insieme scenderanno, non c’è trucco. C’è però un azzardo. La manovra economica varata ieri dal governo fa una scommessa sul futuro, o meglio più scommesse intrecciate. Non si può essere certi che il calo del carico fiscale potrà proseguire, come Matteo Renzi promette, anche nel 2017. 

I conti per il 2016 sono già fondati su ipotesi benigne, seppur ragionevoli. Una parte degli sgravi fiscali pare coperta dal gettito da rientro dei capitali, entrata una tantum che non si ripeterà l’anno successivo. Altre voci sono dubbie. Con un po’ meno di ottimismo, calcola un centro studi rispettato come Prometeia, il deficit pubblico salirà rispetto al 2015 invece di diminuire. 

Poco male. Sarà una manovra espansiva comunque la si rigiri. Non dovrebbe esserlo, a norma delle regole di austerità su cui l’area euro si accordò nel 2012. Ma i tempi corrono e la politica del nostro continente almeno un po’ si adegua. Renzi proclama che le regole europee saranno rispettate; è vero nel senso che esiste a Bruxelles un consenso di massima per stiracchiarle all’estremo. 

Le elezioni in Portogallo non hanno segnato né una vera sconfitta dei fautori dell’austerità, né una vera vittoria dei suoi oppositori.  

Comunque vada ne usciranno equilibri nuovi. In Spagna, dove si voterà il 20 dicembre, promette di cambiare i giochi l’ascesa dei liberali progressisti ed europeisti di Ciudadanos, passati avanti ai giovani massimalisti di Podemos. 

Certi governi del Nord, poi, maligna il nostro presidente del consiglio, il pieno rigore delle regole vorrebbero applicarlo soprattutto agli altri Paesi, meno al proprio. La crisi migratoria da una parte, le difficoltà economiche dei Paesi emergenti dall’altra, consigliano a cambiare strada. E capita bene che entrambe le questioni coinvolgano prima di tutti la Germania. 

Finché il bisogno di una manovra espansiva non è avvertito dove lo Stato avrebbe le risorse, ossia a Berlino, mentre la attua un Paese indebitato come il nostro, resteranno tuttavia rischi di squilibrio. Lo stesso Renzi ripete che il debito pubblico italiano va ridotto «innanzitutto per i nostri figli e i nostri nipoti»; le scelte di ieri non danno certezza che il calo cominci davvero dal 2016. 

In tutti i Paesi avanzati, la speranza di una crescita economica più rapida resta affidata da un lato alla creazione di moneta da parte delle banche centrali, dall’altro a montagne di debito che è arduo ridurre. Per il secondo aspetto, l’Italia è uno dei luoghi di maggiore fragilità. 

Se si vuole che il sollievo fiscale duri nel tempo, occorre essere determinati nel ridurre le uscite meno utili. Dalla revisione della spesa molte voci sono già scomparse. Centralizzare drasticamente gli acquisti dello Stato, disboscare le società partecipate locali perlopiù clientelari, sono misure incisive. Occorrerà vedere se saranno davvero portate a termine. 

Nell’insieme la manovra appare assai condizionata dalla preoccupazione di piacere e compiacere. La sua logica la illustra il premier quando spiega come ha deciso di abolire la tassa sulla prima casa. Tutti gli economisti gli consigliavano di abbassare altri tributi: dai loro calcoli risultava più utile. Lui ha scelto Tasi e Imu perché sa quanto sono impopolari, e pensa che toglierle darà fiducia. 

Insomma Renzi identifica, o perlomeno giudica affini, il consenso politico e quella fiducia nel futuro, vitale per l’economia, che spinge a impegnarsi nel lavoro e a mettere a frutto il proprio denaro. Ma sono davvero la stessa cosa? Il consenso politico è a breve termine, va e viene. La fiducia la danno le novità vere, quelle che durano. 

 

*lastampa

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