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Editoriali

La fermezza incomincia a pagare

Fermezza – Siamo a una svolta da parte egiziana. Non sappiamo ancora se e quanto ci avvicinerà alla verità sulla tragica scomparsa di Giulio Regeni. Ma la decisione di mandare a Roma una delegazione della procura e polizia del Cairo è un cambio di marcia. Viene meno il muro di gomma finora opposto alla costante pressione italiana per ottenere una risposta credibile sulle vicende che hanno spezzato la vita del giovane ricercatore.

Il passo avanti può non bastare. Gli inquirenti italiani valuteranno rapidamente fin dove si spinge. Hanno il dovere di non accontentarsi. Hanno anche, per la prima volta, la possibilità d’intavolare con le controparti egiziane un dialogo serrato ma costruttivo, dopo un mese di dialogo fra sordi. E’ incoraggiante la presenza di magistrati nella delegazione egiziana. E’ il riconoscimento che non si parla solo di un’investigazione di polizia. Da parte nostra, l’importante è cogliere l’occasione, tenere alta la guardia su fatti e ricostruzioni e verificare l’effettiva disponibilità egiziana ad affrontarli. Se esiste, va incoraggiata con pazienza e perseveranza, evitando che l’incontro di Roma diventi un confronto a colpi di dichiarazioni e comunicati.

C’è voluto un mese. Un mese di silenzi e riluttanti mezze spiegazioni egiziane che non hanno convinto nessuno.

C’è voluto un mese al Presidente egiziano per intaccare incardinate rigidità interne – che non conosciamo. Non dev’essere stato facile. Al Sisi è al comando ma non è onnipotente.

All’atteggiamento del Cairo l’Italia ha risposto con composta fermezza, senza smagliature politiche o falsamente diplomatiche, dal presidente del Consiglio, al ministro degli Esteri, all’ambasciatore Massari. Ha però evitato di inasprire i toni per lasciare all’Egitto una via d’uscita dalle contraddizioni in cui si stava cacciando. Forse – è d’obbligo non fare aperture di credito in bianco – è quanto la delegazione egiziana viene qui a fare.

Questa è la prima vera apertura che ci fa l’Egitto di Al Sisi. Premia una linea italiana che è consistita nel mettere il Cairo di fronte ad innegabili responsabilità ma non con le spalle al muro – che otterrebbero l’effetto opposto, di una reazione di rigetto senz’ascolto. L’Italia non ha mai dimenticato di sottolineare che la tragedia umana di Guido Regeni è intervenuta fra due paesi amici. E che lo restano. Il messaggio sembra essere giunto a destinazione.

L’amicizia è anche una scelta. Può essere la leva che fa breccia con l’Egitto. Lo scopriremo. Quel che è certo è che più venisse messo solo sulla difensiva, più il Cairo si trincererebbe dietro indifendibili argomentazioni, più la verità si allontanerebbe.

In questi giorni Paola Regeni ci ha dato una lezione di coraggio. La verità può essere scomoda ma non va cacciata sotto il tappeto. L’Italia, non solo la famiglia Regeni, ha diritto alla verità. L’Egitto ha bisogno di non perdere la faccia. Il dialogo che inizia con la visita della delegazione egiziana a Roma si regge tutto su questo cruciale equilibrio. La giustizia che chiede l’Italia non passa attraverso l’umiliazione dell’Egitto.

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vivicentro.it-editoriale / lastampa / La fermezza incomincia a pagare STEFANO STEFANINI

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