Editoriali

Infrastrutture tempi e costi restano eccessivi. MARIO DEAGLIO*

Mario-Deaglio_Pinerolo_22_aprile_1943

Deposta la tuta mimetica, che aveva indossato martedì per la visita ai militari italiani impegnati in Libano, il presidente del Consiglio è ritornato a un professionale abito scuro per inaugurare la «variante di valico» che dovrebbe decongestionare una parte importante del traffico autostradale italiano, rimuovendo finalmente un «tappo» che, negli ultimi trent’anni, ha causato interminabili code a milioni di automobilisti.

Anche l’economia deve riuscire a rimuovere un blocco, questa volta largamente psicologico, che tiene ferma gran parte della domanda interna: non avendo fiducia nelle possibilità di ripresa del Paese, milioni di famiglie tengono miliardi di euro inattivi, e sostanzialmente infruttuosi, nei loro conti correnti bancari. E centinaia di migliaia di imprese, grandi e piccole, in attesa di un aumento di domanda dei consumatori, sono incerte se investire o meno, se scommettere o non scommettere sul futuro.

Il completamento della «variante di valico» può davvero essere il segnale di ripartenza del paese come il presidente del Consiglio ha auspicato nel suo discorso inaugurale, il momento della rimozione di questo blocco psicologico?

Per rispondere occorre partire dalla constatazione che nell’esecuzione delle grandi opere pubbliche italiane si riscontrano quasi sempre tre elementi frenanti comuni. Il primo è una forte opposizione locale, generalmente derivante dallo scarso coinvolgimento delle popolazioni interessate: le opere vengono quasi sempre progettate «da lontano», con poco o nessun riguardo per le conseguenze negative, temporanee o permanenti, sulle terre nelle quali vengono realizzate e su chi ci abita. Quest’opposizione si traduce comunque in un allungamento dei tempi previsti, talora nell’abbandono dell’opera (come nel caso del rigassificatore di Brindisi).

Quando l’opera va avanti, un secondo freno deriva dalla «conferenza dei servizi», con la quale si cerca di ottenere rapidamente dalle autorità locali dei territori interessati all’opera le autorizzazioni: in realtà, avviene il contrario e sono le autorità locali che cercano – con un forte allungamento dei tempi – di ottenere dai costruttori delle «compensazioni» soprattutto sotto forma di opere «aggiuntive» di interesse locale. Parallelamente, un terzo elemento frenante proviene dalla conflittualità tra imprese: chi non ha vinto le gare d’appalto cerca di trovare un appiglio formale per rimettere in discussione la decisione (o talora per ottenere un sub-appalto dal vincitore) e spesso ricorre alla magistratura, talora indirettamente bloccando i lavori.

A questo punto, i tempi lunghi possono ripercuotersi sulle imprese costruttrici che hanno impegnato risorse produttive il cui uso viene fermato; può darsi, infatti, che falliscano, creando nuovi ritardi.

Nella realizzazione delle opere pubbliche, in definitiva, troviamo lo specchio di quella che Giuseppe De Rita, nel Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese, presentato venti giorni fa, ha chiamato una «società sconnessa» dalla struttura «disarticolata». Il che significa che la medesima grande opera infrastrutturale richiede in Italia tempi di realizzazione doppi o tripli di quelli necessari in Francia o in Germania, con costi diretti pesantemente superiori e ingenti costi indiretti derivanti dal freno che tutto ciò provoca all’economia. Si spiega così perché i grandi lavori, ai quali i successivi governi hanno dato il via, fiduciosi di rilanciare l’economia, risultano in buona parte in grave, se non gravissimo, ritardo.

Il completamento della «variante di valico» non rappresenta quindi, di per sé, un segnale di ripartenza dell’economia, bensì soltanto la faticosa, sospiratissima e gravemente tardiva conclusione di un’opera indispensabile. Se vuole cambiare questo stato di cose, il presidente del Consiglio deve riuscire in un compito squisitamente politico, che quindi gli compete in pieno: deve essere in grado di modificare sostanzialmente e in modo appropriato la realtà sopra descritta. Altrimenti gli effetti di stimolo alla ripresa da parte delle grandi opere – e forse la ripresa stessa – resteranno nel libro dei sogni.

[email protected] / lastampa

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