Editoriali

Il gran ritorno della Russia in Medio Oriente GIANNI RIOTTA*

Gianni_Riotta-IJF

 Dai cieli della Siria a Kunduz, in Afghanistan, è stato un Settembre Nero per Stati Uniti, Europa e Nato. Coprendosi con l’affrettato summit all’Onu con il presidente Barack Obama, il leader russo Vladimir Vladimirovic Putin ha rafforzato la sua ultima base navale nel Mediterraneo, a Latakia in Siria, mobilitato una congrua guarnigione militare e lanciato raid aerei contro gli obiettivi ad hoc, non la temuta Isis, ma i ribelli anti Assad meno antiamericani. Dal 1971, quando Anwar Sadat cacciò i consiglieri militari sovietici dall’Egitto, la Russia non contava più tanto in Medio Oriente. Ora il Cremlino starà a guardare: se il suo cliente Assad, sostenuto anche dall’Iran, tiene, i russi ne saranno l’ascoltata quinta colonna; se cade – come Obama, almeno a parole, continua ad auspicare – Mosca avrà una base armata a cui un nuovo governo a Damasco dovrà comunque pagar pegno. 

Mentre Putin concludeva il blitz, i talebani entravano a Kunduz, città afghana strategico crocevia verso Asia centrale e Cina, mettendo in fuga, con poco sforzo, i 7000 soldati leali al governo del moderato presidente Ghani. I talebani hanno liberato i prigionieri dalle galere, saccheggiato banche e ospedali, imposto la legge islamica Sharia. Sotto le loro bandiere militano ormai miliziani di Isis, qaedisti, guerriglieri pakistani, uzbechi, turcomanni, Legione Straniera islamica di ogni nazionalità, scrive il saggista Ahmed Rashid, prevedendo che il nuovo capo talebano, mullah Akhtar Mohammed Mansour, possa fare di Kunduz la base di arrivo per le reclute straniere, Russia e Cina comprese. Dal 2001 i talebani non conquistavano una capitale di provincia come Kunduz, 300.000 abitanti, un’occupazione che mette in forse i piani di precoce ritirata da Kabul ordinati dalla Casa Bianca.  

 

Il Settembre Nero atlantico nasce dalla mancanza di strategia comune, Washington, Bruxelles, Nato, nei teatri di Siria, Iraq e Afghanistan. La «dottrina Obama», non impegnare truppe Usa, con il Paese disgustato dalle guerre, ma limitarsi ad addestrare combattenti locali come patrioti-mercenari, è fallita in Siria e Afghanistan. Putin lo sa, e sa che la Casa Bianca si fermerà nella vigilia elettorale 2016. Obama ha perduto l’occasione di agire da regista in Siria quando Assad usò gas tossici contro i civili e il presidente venne meno all’impegno preso di colpire Damasco, qualora il regime avesse usato armi proibite. Da allora Obama è costretto a giocare di rimessa, il patto nucleare con l’Iran resta un buon colpo diplomatico, ma sul campo gli iraniani spalleggiano Assad. Le voci levatesi ad ammonire contro la rappresaglia Usa, Vaticano, pacifisti, Parlamento inglese, tacciono distratte, come se i jet Usa fossero più deprecabili dei Sukhoi Su-25 «Torre», o dei Sukhoi Su-24, «Spadaccino», dell’aviazione russa. Nel doppio standard, Putin agisce senza curarsi della pubblica opinione, Obama non muove passo senza il consenso della sua base. 

 

I morti in Siria sono 250.000, i profughi 4-5 milioni (su 22 milioni di abitanti!), a Kunduz riparte la leva talebana. Le felpate voci diplomatiche insistono, trattare con il diavolo Assad, negoziare con Putin a un tavolo comune. Due premesse di buona volontà, da cui invano le diplomazie attenderanno risultati. Assad ha come solo obiettivo resistere, Putin trae la sua forza, nell’assenza della Cina dal grande gioco, nel mettere i rivali davanti all’uso della forza, ignorando il galateo Onu, vedi Georgia, Ucraina, Crimea, Siria. Nel blog dell’istituto Carnegie Europe, l’ex ministro svedese Carl Bildt illustra bene questa tattica Putin, Mordi Ma Non Fuggire, Usa ed Ue raccatteranno i cocci http://goo.gl/BuVhj4 . 

 

Una strategia di equilibrio mondiale, può anche prevedere «patti col Diavolo», come l’incontro Nixon-Mao 1972, (leggete il primo volume della biografia che lo storico Ferguson dedica all’ex diplomatico Usa Kissinger) ma nella chiarezza di obiettivi. Americani ed europei hanno dimenticato la dialettica Pace e Guerra, Diplomazia e Difesa, alternano confusi sanzioni, rappresaglie, raid di droni, pacifismi, fughe. Putin, Assad, i talebani e Isis son troppo deboli per vincere la partita globale, ma ben attrezzati a guadagnare spazio, campo, tempo. Per quanto ancora? 

 

* www.riotta.it  / lastampa

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