Editoriali

I conti in attivo insidiati dal populismo FEDERICO GEREMICCA*

Un buon anno, migliore del 2014 e delle previsioni. Per il Presidente del Consiglio, dunque, il 2015 è andato così: e cifre alla mano, sebbene anche le cifre possano esser contestate qua e là, è difficile non esser d’accordo. La disoccupazione diminuisce (seppur di poco), il Pil sale, i mutui crescono del 97% e l’indice di fiducia dei consumatori è aumentato di venti punti rispetto a un anno fa. Si sarebbe potuto far meglio, forse: ma cifre alla mano, non si è fatto male.

Per certi modi, Matteo Renzi può non piacere – e forse non piace nemmeno a molti tra quanti l’hanno votato o lo voteranno – ma oggi può presentare al Paese un conto sul quale pochi avrebbero scommesso al suo avvento, nel fuoco delle ironie e delle critiche alla sua inesperienza, al suo egocentrismo ed alla patetica debolezza della squadra di governo messa in campo. Quelle critiche nascevano, almeno in parte, da un imperdonabile errore di valutazione circa il profilo e le abilità del nuovo presidente del Consiglio. Una sottovalutazione che era già costata cara alla «vecchia guardia» del Pd: convinta, fino a un attimo prima d’esser scompaginata, di aver di fronte nient’altro che un giovanotto vacuo e arrogante. Un Fonzie, appunto, in salsa italiana.

Se non fossero stati sufficienti i dieci mesi di governo del 2014 (con il Pd pure schizzato oltre il 40% dei consensi) questo 2015 dovrebbe aver finalmente convinto anche i critici più dichiarati che le cose non stanno così: infatti, non si elegge in condizioni difficilissime un buon Presidente della Repubblica e non si approva una nuova legge elettorale (portando in dirittura d’arrivo una delicata riforma della Costituzione) se non si è meno inesperti e più politicamente paludati di quanto gli avversari politici avessero stimato, o sperato.

Nella lunga conferenza stampa di ieri, però, un errore Renzi l’ha commesso. E l’ha commesso – dopo aver elencato le più importanti riforme varate – quando ha suggerito il titolo da dare alla sua esposizione: «In Italia politica batte populismo 4 a 0». Non soltanto non è così, ma la piccola bugia forse addirittura rivela quella che è diventata, da un paio di mesi a questa parte, la principale preoccupazione del premier: la difficoltà, nonostante le cose fatte, ad arginare l’impetuosa avanzata di quelli che spesso definisce populismi irresponsabili. Se la sintesi possibile del 2014 fosse quella suggerita da Renzi, saremmo tutti più sollevati: ma le cose, purtroppo, stanno in altro modo.

Infatti, se stessero come finge di credere il premier, non avremmo sondaggi che danno il 40% di chi dice che andrà a votare schierato con Beppe Grillo e Matteo Salvini; e il Paese non rischierebbe (nel bene e nel male, s’intende) di vedere la propria capitale governata da un Movimento dichiaratamente antisistema. Demagogie e populismi non sono sconfitti, tutt’altro: ed una loro ulteriore crescita, anzi, rischia di diventare davvero l’insidia numero uno per il 2016 di Matteo Renzi. A partire, naturalmente, proprio dal voto amministrativo annunciato dal premier per la prossima metà di giugno.

Sia chiaro, si scrive voto amministrativo ma si legge voto politico: perchè quando vanno contemporaneamente alle urne città come Milano e Roma, Torino e Napoli – oltre tutto il resto – si è di fronte a un test capace di costare la testa a qualunque governo. Matteo Renzi naturalmente lo sa, ed è per questo che tenta di depotenziarne effetti e peso. Ma le sentenze elettorali spesso hanno la stessa oggettività delle cifre che ieri il premier elencava come prova dei risultati ottenuti: e nessuna leadership potrebbe reggere alla perdita contemporanea di città come Roma, Milano e Torino…

Se il 2015, insomma, è stato «un anno buono» grazie alle riforme, il 2016 di Matteo Renzi potrà esserlo solo in virtù dei consensi e dei voti che raccoglierà: prima di tutto alle elezioni di giugno, e poi nel referendum costituzionale di ottobre, al quale il premier lega la sua permanenza sulla scena politica. E qualcosa dice, insomma, che per il capo del governo l’anno che si apre non sarà poi più semplice di quello che si chiude…

*lastampa

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