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Editoriali

Il fascino smarrito del sindaco

Francesco Bei

L’indifferenza e a volte la noia che hanno circondato questa campagna elettorale potranno essere misurate domenica con il dato dell’affluenza. Ma, al di là dei numeri, c’è una questione che si può intanto affermare senza smentite e che ciascuno ha potuto sperimentare di persona nelle discussioni in famiglia o sul posto di lavoro: i sindaci non scaldano più i cuori. L’ultimo baluardo della «bella politica», quella più vicina ai cittadini, è un rudere.

Il declino è recente, recentissimo, per questo colpisce ancora di più. Appena un paio d’anni fa Matteo Renzi, un personaggio capace d’intercettare come un rabdomante i flussi del consenso, amava presentarsi come un sindaco prestato pro tempore alla politica nazionale. E sindaci o amministratori erano molti della prima linea scelta dal segretario, da Graziano Delrio (Reggio Emilia) a Matteo Ricci (Pesaro).

La retorica del sindaco trasudava in ogni discorso pubblico di Renzi. «Noi sindaci…», era la frase d’apertura in ogni occasione. Tanto che la prima versione della riforma del Senato, quella sognata dal premier, garantiva il laticlavio a ben sessanta primi cittadini.

Cosa è rimasto di tutto questo? Se si pensa alla fatica che ha fatto Renzi per convincere Roberto Giachetti a candidarsi, oppure alle difficoltà che il M5S sta incontrando nel trovare professionisti che accettino di entrare in un’eventuale giunta Raggi a Roma, per non parlare dell’affanno di Berlusconi per scovare qualcuno da contrapporre a Piero Fassino, sembrerebbe molto poco. Soprattutto se paragoniamo la depressione e la malinconia di oggi ai fasti del passato. Alla gloriosa stagione dei sindaci del ’93, che davvero interpretarono la volontà di rinascita di un Paese messo in ginocchio dalla corruzione e dal crollo di un’intera classe politica. Bianco a Catania, Orlando a Palermo, Rutelli a Roma, Bassolino a Napoli, ma anche il leghista Formentini a Milano, e poi Cacciari a Venezia e tanti altri. E quando Mariotto Segni provava a convincere gli italiani della bontà dell’elezione diretta del premier, gli bastava pronunciare la formula magica perché tutti capissero: il presidente del Consiglio sarà come «un sindaco d’Italia». Fu del resto grazie alla popolarità conquistata come amministratore della Capitale per sette anni che Walter Veltroni trovò la forza per lanciarsi come segretario Pd e poi candidato premier.

Di quegli anni non sembra rimasto più nulla. In fondo, sempre per restare a Roma, il discredito che ha colpito l’esperienza amministrativa di Gianni Alemanno e la paralisi che alla fine ha travolto Ignazio Marino – due esperienze diverse ma accomunate da un destino fallimentare – sono l’esempio di quanto sia finita male quella «bella politica». Lo stesso Giuliano Pisapia, che ha ben amministrato, si è guardato bene dal ricandidarsi.

Certo, le ragioni di tutto questo sono molte. E molte hanno a che fare con lo svuotamento ope legis di una figura un tempo quasi onnipotente. Tra spending review e patto di stabilità interno, lo Stato centrale ha chiuso i rubinetti da anni e impedito anche alle città virtuose di investire. Senza fondi, terrorizzati per un avviso di garanzia, i sindaci sono tornati a essere i taglianastri che erano nella prima Repubblica. Prima cioè della riforma elettorale che li rese i padroni delle città. Non ha tutti i torti Massimo Cacciari quando dice che per fare il sindaco oggi «bisogna essere dei pazzi». Per cui facciamo gli auguri domani a tutti quei «pazzi» a cui daremo il nostro voto. Sperando, per loro e anche per noi, che serva a qualcosa.

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