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Editoriali

Così ho vinto il cancro dopo 13 anni

ANNA DI BARTOLOMEO

La mia storia con il cancro è durata 13 anni ed è finita. Ma in tutto questo tempo con lui ho sempre giocato come alle figurine, «celo, manca». E io non ho mai potuto dire «manca».

Seno? «Celo!». Fegato, ossa, cervello? Celo!-celo!-celo!”. Ci dicono che la testa deve tenere botta, è lei quella che conta, ma nel mio caso lui è arrivato anche lì. Io sono infermiera, ho lavorato tanti anni in neurochirurgia e alla fine ci sono finita anche da paziente. Come si dice, «l’assassino torna sempre sul luogo del delitto».

Tutto è partito dal seno, quando io avevo 39 anni e mio figlio Luca 6 e iniziava la prima elementare. Poco dopo la diagnosi, poco prima che lui iniziasse la scuola, con l’oncologo ci siamo messi d’accordo sul fatto che mi avrebbero potuto smontare come volevano, ma mi dovevano lasciare liberi tre giorni: la prima riunione della classe di mio figlio, il suo primo giorno di scuola, il suo compleanno. Dopo l’operazione facevo su e giù dalla mia Cesena a Milano per le medicazioni e le cure. A mio figlio non ho voluto dire niente fino alla prima superiore, quando il discorso è venuto naturale. Il suo prof di religione aveva cominciato ad affrontare i grandi temi: l’alcol, la droga, il tumore. Mio figlio è tornato a casa parlando della storia di una ragazza che aveva avuto un cancro e allora io mi sono sentita di dirgli che anche la mamma… ma senza andar giù pesante, in modo soft. Pensavo avesse una reazione brutta, era adolescente. Invece è stato protettivo, sembra che i ragazzi non ascoltino ma lo fanno eccome.

Nel frattempo io continuo a curarmi e in teoria dal 2005 sono in remissione dal collo in giù. Ma il cervello no, il tumore mi colpisce all’improvviso il nervo ottico e io vedo scintille e diamanti ovunque. Marilyn Monroe diceva che «I diamanti sono i migliori amici delle donne». Io avrei preferito non vederli.

Tralascio i particolari e arrivo al dicembre 2014, quando mi dicono che sto bene. Riprendo in mano la mia vita, finalmente non ho più scadenze a tre mesi e posso progettare. Con mio marito – che non è splendido, è molto di più! – prenotiamo un viaggio a New York per l’agosto 2015, quando noi avremmo festeggiato le nozze d’argento e nostro figlio i 18 anni.

Ma prima di partire dico «facciamo una risonanza di controllo…». La faccio e si vede un quarto di cervello bianco. Ero a un bivio brutto, dovevo scegliere se finire in coma irreversibile o operarmi e rischiare l’emiparesi con tutte le conseguenze sul linguaggio e i movimenti… Decisi che no, niente intervento; se dovevo morire volevo farlo come dicevo io. Andavo a letto la sera e pensavo: chissà se mi risveglio.

Mi hanno salvato mio figlio e una gita in moto al mare. Qui in Romagna la moto fa parte del Dna e il mare è un sedativo naturale. Così con mio marito ci siamo messi in sella e siamo andati a farci un giro. Abbiamo incontrato una camionetta di soldati e io ho pensato ai sogni di mio figlio, che voleva fare l’accademia militare. Mi sono detta che no, non gli avrei fatto del male e mi sarei operata per lui. Ovviamente abbiamo dovuto sospendere il viaggio a New York.

Prima di farmi operare ho pensato che sapevo come entravo ma non come sarei uscita. Per farla breve l’intervento è andato bene e mi hanno detto che ero in grado di partire per New York. Tutti e tre avevamo deciso di spegnere i cellulari per quella settimana, non volevamo sapere niente. Poi un giorno, sotto la Statua della Libertà, mio marito e mio figlio sono andati a prendermi un panino e io, mentre aspettavo, ho acceso il telefonino. Fra i vari messaggi mi è comparso quello del mio medico. Mi diceva «Buongiorno, presumo sia oltreoceano ma volevo dirle che l’esame istologico cerebrale è negativo. Buona vacanza». Ho spento il cellulare, ho guardato la mia Statua della libertà e ho urlato «Freeeeeeeedom!» Chi mi era vicino mi ha guardato come dire «Questa è scema». No, solo contenta.

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