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Editoriali

I nostri caduti ci chiedono unità e coraggio GIANNI RIOTTA *

Gianni Riotta
Gianni Riotta
Gianni Riotta

Gianni Riotta – I morti nella sciagura alla miniera di Marcinelle, 8 agosto 1956, furono 262, di cui 136 italiani, dei 142 mila minatori all’opera in Belgio, del resto, 45 mila erano nostri connazionali. Patricia Rizzo, la funzionaria Ue che risulta, mentre scriviamo, dispersa nella metropolitana di Bruxelles dopo l’attentato di martedì, era figlia di quel mondo, i siciliani arrivati grazie al patto italo-belga 1946, che scambia agognato carbone con 50 mila permessi di lavoro.

A Marcinelle cadono lavoratori di 12 nazioni, nella strage della capitale europea muoiono cittadini di tanti Paesi e, come ormai tradizione, il dolore raggiunge gli italiani. A Parigi cade la ricercatrice Valeria Solesin, il suo dolce volto già familiare.

Il 19 novembre del 2001, in Afghanistan, è uccisa l’inviata del «Corriere» Maria Grazia Cutuli, fissata per sempre in una immagine tenera e coraggiosa. Nell’evento che scatenò quella guerra, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, erano rimasti vittime almeno dieci italiani, e 19 cadranno a Nassiriya, Iraq, in missione di pace 17 militari, 2 civili. I mass media avevano un antico cliché su «quanti italiani tra le vittime?», ma la domanda è desueta, ci sono sempre «italiani tra le vittime», nel mondo globale la patria è il lavoro, e i nostri concittadini lavorano ovunque.

Baldoni, traduttore dei fumetti di satira americani per Linus, muore a Baghdad, come il bodyguard Quattrocchi «vi faccio vedere come muore un italiano», uno è adottato come eroe da un’Italia, l’altro ricordato da un’Italia rivale, ma «sinistra» e «destra» sono etichette macabre e inutili, la morte non è talk show, la Spoon River degli italiani vittime del terrorismo internazionale deve unirci, non dividerci.

(Illustrazione di Dariush Radpour)

Chi ricorda Annalena Tonelli, volontaria in Somalia, il tecnico Tadiotto caduto a Casablanca, gli innocenti uccisi a Sharm el-Sheik, spiaggia di morte, Di Lorenzo morto a Mumbai, il volontario Frammartino colpito a Gerusalemme, il cooperante Lo Porto in Pakistan, le quattro vittime all’attacco al Museo del Bardo, in Tunisia? Non esiste una lista completa, ma dal 2001 sono almeno 63 le vittime italiane, e se unite i caduti militari nelle missioni internazionali, presto la cifra supererà gli 85 morti della strage di Bologna 1980.

Prego per un miracolo che restituisca Patricia ai suoi, stralciandola dalla lista dei dispersi, terribile come 60 anni fa fuori dalla miniera. Ma l’appello dei caduti italiani, giusto in questa settimana di Passione, dovrebbe farci insieme riflettere, senza Viva! e senza Abbasso! «all’italiana»: il terrorismo islamista non conosce amici o nemici tra di noi, considera avversario chiunque non ne condivida l’ideologia apocalittica di morte e oppressione. Non distingue tra Oriana Fallaci dura contro gli emigranti e il pacifismo cosmico di Tiziano Terzani, se ne infischia se abbiate votato Renzi, Berlusconi o Grillo o come voterete sulle trivelle, è indifferente alla vostra posizione su Israele e Palestina, Ogm, Jobs Act, unioni gay. Siate parte della Casta o la avversiate, per Isis siete comunque nemici da sterminare.

Patricia e i suoi fratelli e sorelle nel dolore chiamano l’Italia 2016 ad essere seria, unita, solidale, coraggiosa, capace di affrontare un nemico che ci impegnerà a lungo e ci terrà a lungo sulla difensiva. La nostra democrazia ha resistito agli anni di piombo, deve ora resistere agli anni della «Madre di Satana», soprannome del Tapt, perossido di acetone, l’esplosivo marchio di Isis. Se non saremo all’altezza di questa sfida, inutile ricordare i caduti nei memoriali e nei discorsi, li avremo tutti lasciati morire invano.

*lastampa / I nostri caduti ci chiedono unità e coraggio GIANNI RIOTTA

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