Editoriali

A Londra arriva la scuola per genitori ENRICA TESIO*

«Se sei un genitore, hai una sola certezza: come fai, sbagli». Mia madre ha sempre messo le mani avanti, di fronte alle accuse che le hanno rivolto negli anni le sue due agguerritissime figlie femmine. Il premier inglese David Cameron non sembrerebbe della stessa opinione: è di questi giorni la proposta di creare corsi tenuti da tutor professionisti che insegnino ai neo-padri e alle neo-madri inglesi a crescere al meglio la propria prole. Insomma, parafrasando mia madre, se sei un genitore come fai sbagli, ma se sei un genitore inglese puoi imparare a sbagliare di meno.  

E allora mi immagino un sussidiario della poppata, un abbecedario del bagnetto, un dizionario dei vagiti, un bignami della nanna. Basta nonne che ti consigliano «ai miei tempi i bambini dormivano a pancia in giù» e puericultori che ti rimbrottano «no, i neonati devono sempre stare sdraiati sulla schiena», mentre tu giri e rigiri il piccoletto come un bacarozzo kafkiano. Basta passanti che sbirciano nella carrozzina e suggeriscono di coprire la povera creatura che ha sicuramente freddo, d’altronde non ci sono più le estati di una volta e lo spiffero è sempre lì, pronto a colpire. Da oggi anche il padre koala che passeggia col figlio nel marsupio potrà rispondere agli sguardi torvi delle vecchiette, brandendo il suo 30 e lode in «teorie e tecniche della fascia porta bebé». 

E in Italia? In Italia cerchiamo faticosamente di emanciparci, ma la nostra istruzione in fatto di bambini è molto legata al passato. Conosco madri in grado di tenere un master di retorica tradizionale, fondato sul principio della ripetizione e sulla cifra stilistica del paradosso. Nel corso si insegnano formule come «non mettere le scarpe nuove, che le sporchi», «lavati bene le mani, che mi macchi gli asciugamani», «corri piano, che sudi», «mangia tutto, che in Africa i bambini muoiono di fame», «non si beve l’acqua dopo la banana. Non si beve l’acqua dopo il gelato. Non si beve l’acqua dopo il cioccolato. Insomma non si beve!». Però guai a non fare la pipì ogni ora altrimenti ti esplode la vescica. 

Io ho preso lezione di marketing di banana nera direttamente da mio nonno, specializzato nell’acquisto di frutta brutta, ma buona. Mele bacate e quindi genuine, banane marcescenti e quindi dolcissime, ciliegie con il verme e quindi più nutrienti. Mentre la nonna era maestra in tecniche di sveglia molesta applicata la domenica mattina con passaggio dell’aspirapolvere. Dopo aver risucchiato tende e peli di gatto con tutto il gatto attaccato ai peli, facendo un fracasso del diavolo, è fondamentale che il genitore si rivolga al figlio ormai desto e arrabbiato, con un innocente «oh, scusa, ti ho mica svegliato?».  

Come scordare poi i frequentatissimi workshop di moda e design intitolati «il lungo inverno del paraorecchie» e «come infilare quattro maglioni sotto il grembiule blu delle elementari, trasformando mio figlio in un palombaro nello scafandro»? 

Sono madre da cinque anni, la mia istruzione è ancora elementare, anzi materna, e forse mi farebbero comodo un po’ di ripetizioni come suggerisce Cameron. Però da autodidatta mi viene da dire che il mestiere di genitori non è il più difficile del mondo, semplicemente perché non è un mestiere. E forse, ma dico forse, i figli non sono un progetto educativo, ma una vicenda della vita, imprevedibile e irresistibile. Impari a cambiare i pannolini e i pannolini sono già da archiviare, impari a decifrare il pianto e il bimbo già parla, impari le regole del gioco, appena in tempo per vedertele cambiare sotto il naso.  

E allora non è il problema di quale voce ascoltare, se quella dell’istinto o del tutor autorevole, dei nonni esperti o delle tate modello. Perché non ci sono corsi che tengano, a imparare a fare i genitori te lo insegnano solo i figli.  

*Copywriter e scrittrice torinese, dal 2013 cura il seguitissimo blog «Tiasmo»  / lastampa

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