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Il super euro ora fa paura: è cresciuto del 13%

Il super euro ora fa paura

L’ euro non si ferma e continua a guadagnare terreno nei confronti del dollaro. Da inizio anno la moneta comunitaria è cresciuta del 13%. Paolo Baroni ci spiega le conseguenze: un’opportunità per chi viaggia, una brutta notizia per chi esporta.

Supereuro, chi guadagna e chi perde

Da inizio anno +13% sul dollaro: bene per chi viaggia all’estero, male per chi esporta

ROMA – L’euro continua a correre, ma potrebbe crescere ancora di più. Da inizio anno la nostra valuta ha guadagnato il 13% sul dollaro: mercoledì sera ha infatti chiuso a quota 1,19. Un livello che non si toccava dal 2015. Ieri c’è stato un piccolo calo a 1,1878, ma poco cambia.

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Chi sta per partire per le vacanze negli Stati Uniti, ovviamente si frega le mani. Per la nostra economia invece il supereuro inizia a rappresentare un problema, soprattutto per le imprese che esportano. «Sicuramente se il cambio si rafforza troppo può rappresentare un problema, perché fa perdere competitività alle nostre aziende – spiega Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione -. Però non farei allarmismo: ci troviamo di fronte alle tipiche fluttuazioni dei mercati e non dimentico che l’anno scorso Goldman Sachs prevedeva un cambio bassissimo della nostra valuta. Per dirla all’americana siamo in una situazione unpredictable. Sicuramente se restassimo agli attuali livelli la forza dell’euro ci potrebbe mettere in difficoltà, ma non sono ancora sicura che la tendenza venga confermata: ci sono ancora tante fluttuazioni, c’è molta volatilità».

L’incognita Trump 

Secondo Andrea Goldestein, chief economist di Nomisma, è difficile fissare una soglia del cambio euro/dollaro oltre il quale far scattare l’allarme. I movimenti dei mercati valutari – spiega – sono abbastanza imperscrutabili: le teorie sono tante e nessuna è valida. Ancora uno o due mesi fa si parlava di parità, mentre ora l’euro è esploso. Le ragioni? Sta crescendo la preoccupazione per la situazione politica americana: cose che anche solo sei mesi fa erano inimmaginabili stanno entrando nel campo degli eventi che si possono verificare, penso ad esempio al rischio di impeachment di Trump. La situazione è sotto gli occhi di tutti e mette fortemente in dubbio la capacità del presidente americano di affrontare una crisi internazionale, come ad esempio potrebbe essere quella con la Corea”. Tra i motivi di questo rialzo, l’economista del think thank emiliano segnala anche i forti segnali che arrivano dall’economia europea, che sta registrando una velocità di crescita abbastanza inusuale rispetto agli ultimi anni, e quindi la possibilità che la Bce possa anticipare prima del previsto la riduzione del programma di acquisti di titoli messo in campo col quantitative easing.

La Bce: crescita robusta  

Per ora, però, la Banca centrale europea sembra tenere la barra dritta: ancora ieri, infatti, l’Eurotower ha confermato in pieno che manterrà l’attuale livello di acquisto, nell’ordine di 60 miliardi di euro al mese,“finchè non riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi coerenti con il proprio obiettivo di una inflazione vicina al 2%”. La Bce nel suo Bollettino mensile segnala infatti che l’inflazione di fondo resta ancora molto debole, quando alla crescita ormai si presenta robusta e generalizzata di tutta l’Eurozona. Ma di più non si sbilancia, perché i rischi sulla ripresa restano sostanzialmente bilanciati, con da un lato la possibilità di una ripresa più vigorosa e delle attese e dall’altro fattori globali che potrebbero frenarla, non ultima la questione dei cambi.

Made in Italy in affanno  

Contraccolpi sulle nostre industrie? Chiaramente per le nostre imprese esportatrici il supereuro è un fattore di preoccupazione – risponde Goldstein – in alcuni settori più che in altri. Quelli che competono coi tedeschi, o con altri produttori europei o svizzeri, hanno poco da temere perché per loro cambia poco. Quelli che invece se la devono vedere con cinesi, giapponesi e coreani, penso innanzitutto al comparto della meccanica strumentale, sono più a rischio. A soffrire di più potrebbero essere però le esportazioni di vino: in questo campo i nostri concorrenti sono sempre di più i paesi emergenti, Cile, Argentina e Sudafrica, ed in questa fase le loro esportazioni diventano certamente più competitive. E’ chiaro però che per l’Italia anche cambiamenti minimi rappresentano un problema – conclude l’economista – perché o il nostro di gran lunga il paese più fragile tra i grandi paesi europei è quello che ha più da perdere da un rafforzamento ulteriore dell’euro».

Oltre quota 1,20  

Chi azzarda invece una previsione è Alberto Gallo, capo strategie macro di Algebris Investments e gestore del fondo Algebris Macro Credit. «L’euro sale – sostiene – ma rimane sottovalutato nei mercati. Per due motivi: primo, gli investitori ancora non hanno ben prezzato il miglioramento politico nell’Eurozona e la maggior integrazione che Merkel e Macron pianificano. Inoltre, i mercati mantengono ancora la speranza che l’amministrazione di Trump implementi delle riforme fiscali: questo appare sempre meno realizzabile date le divisioni all’interno della Casa Bianca. Il risultato è un capovolgimento dello scenario che i mercati vedevano a inizio anno: l’ Europa è passata dall’essere la più fragile ad una delle economie più forti, dove i leader hanno ancora la testa sulle spalle». Risultato? Secondo Gallo «c’è ancora spazio per l’euro, anche oltre 1,20 contro il dollaro».

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