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Piano Ue anti-elusione per le multinazionali, ma solo in Europa

Piano Ue elusione fiscale
Piano Ue elusione fiscale
                                                Piano Ue elusione fiscale

 Piano Ue – Una bozza della norma europea sul ‘country-by-country reporting’ limita l’obbligo di rendere nota l’attività delle multinazionali Paese per Paese, ma soltanto nei confini Ue. Le organizzazioni per la trasparenza insorgono: “E’ una parodia”. Entro metà aprile il testo definitivo

MILANO – La Commissione europea si prepara a lanciare la sua iniziativa di legge (Piano Ue) per obbligare le multinazionali a dichiarare quanto guadagnano e quanto pagano di tasse in ogni Stato europeo nel quale operano, ma lo sforzo comunitario per porre rimedio ai fenomeni di elusione fiscale che sottraggono tra 50 e 70 miliardi di euro l’anno al Fisco del Vecchio continente rischia di concretizzarsi in strumenti spuntati.

Entro la metà di aprile, si attende dall’esecutivo Ue una modifica della direttiva contabile del 2013. Ne circola un testo in bozza, che introduce il nuovo capitolo “Report on income tax information” e riguarda precisamente la rendicontazione dell’attività delle multinazionali ‘spacchettata’ per Paese. Si tratta del cosiddetto “country by country reporting” (Cbcr), cioè la dichiarazione contabile (nei bilanci annuali) di alcuni elementi rilevanti dell’attività delle grandi aziende (dagli occupati ai profitti), per come si svolge nei vari Paesi nei quali le multinazionali sono presenti con filiali e mercati di riferimento.

Un elemento che fa parte della strategia anti-elusione lanciata a più livelli. La ‘bibbia’ tecnica di questa strategia è stata definita in un piano dell’Ocse, approvato anche in sede di G20, che definisce alcuni standard comuni (chiamati “azioni”) per limitare le pratiche fiscali aggressive delle multinazionali, che sfruttando i buchi neri della normativa riescono a spostare i loro utili laddove non vengono tassati o lo sono a livelli ben inferiori rispetto al loro Paese d’origine. Casi come Luxleaks, ma anche le storie aziendali  di Apple, Amazon, Fca e altri ancora, hanno fatto montare la pressione pubblica perché si arrivasse a soluzioni per questi problemi. Una delle azioni proposte dall’Ocse, la numero 13, riguarda proprio il Cbcr. L’Europa si è inserita nel solco di questo momento storico. Fin dal luglio scorso, il Parlamento ha proposto di modificare la direttiva del 2013 per introdurre il Cbcr. A fine gennaio, la Commissione ha lanciato un piano d’azione contro l’elusione fiscale che dice di basarsi proprio sulle proposte Ocse, e che – per quanto riguarda la parte della rendicontazione Paese per Paese – dovrebbe esser definito appunto entro metà aprile. E qui scattano le critiche.

La bozza di correzione della direttiva in circolazione, infatti, dispone che – in accordo con l’Ocse (e con quanto ribadito dall’Ecofin) – le sole imprese per le quali è prevista la Cbcr siano quelle con un fatturato superiore  ai 750milioni. La norma, secondo i fautori, serve a sgravare da nuovi costi le aziende con le spalle più piccole e intercetta comunque la stragrande maggioranza (90%) dell’imponibile delle multinazionali, limitando però al 10-15% di loro l’impatto della legislazione. Proprio un aspetto contro il quale punta il dito Transparency International, che con altre organizzazioni si batte da tempo per aumentare la trasparenza fiscale. Elena Gaita segue la partita a Bruxelles per contro di TI e definisce l’impianto proposto dalla Commissione una “parodia di trasparenza”. Sul punto della soglia di fatturato, ricorda in un post, si tratta di un livello ben diverso dai 40 milioni di euro proposti dal Parlamento Ue: se passasse la soglia dei 750 milioni, il Cbcr riguarderebbe soltanto lo 0,004% delle compagnie europee.

Ma se su questo punto la quantificazione del fatturato era in linea con le attese, su un altro elemento si punta il dito di TI. La bozza dice infatti che le multinazionali dovranno svelare lo spacchettamento dei loro affari soltanto per i Paesi europei, mentre fuori dal Vecchio continente basterà un dato aggregato. Inclusi i dati sulla loro presenza nei famosi “paradisi fiscali”, dove le sole multinazionali Usa custodiscono la bellezza di 2.400 miliardi di dollari di cassa per non pagare le tasse americane (fonte Ctj). “Le multinazionali potranno ancora trasferire i loro profitti fuori dall’Ue senza che nessuno sia in grado di monitorare dove sono dislocati, cosa facciano e cosa versino di tasse ai governi. Se un sistema Cbcr si applica soltanto a 28 Paesi e ne lascia fuori 168, non si può veramente chiamare Cbcr. Al massimo si può parlare di un ‘reporting della Ue'”, dettaglia Gaita. Nel documento in bozza si spiega che tale formato è auspicabile per evitare il rischio di ‘doppie imposizioni’ tra Paesi, mentre limitando il reporting di dettaglio alla sola Ue si resta in un ambito dove la collaborazione tra Autorità fiscali è maggiore e quindi si possono risolvere più in fretta eventuali controversie. Eppure, dicono gli attivisti, le istituzioni finanziarie già contabilizzano le loro attività fuori dalla Ue e non ci sono problemi fiscali. Nota il Guardian che in un simile impianto aziende come Amazon, British American Tobacco, Ikea e Vodafone, che chiaramente fanno affari nell’Ue, non dovrebbero dichiarare nulla a riguardo delle filiali che sono controllate dalla società in Svizzera, visto che si tratta di un Paese non membro.

Tra gli altri aspetti, si può sottolineare che i report devono essere pubblicati sui siti delle compagnie (e non svelati alle sole autorità fiscali), ma non mancano critiche per quanto riguarda il loro contenuto. Soprattutto, domanda TI, mancano i dati sui sussidi ricevuti dai governi e sui pagamenti, per delineare al meglio come si struttura il rapporto tra le multinazionali e la cosa pubblica. Nei prossimi giorni si vedrà se ci saranno correttivi, o la proposta resterà questa.

vivicentro-economia / larepubblica –  Piano Ue anti-elusione: le multinazionali obbligate a svelare la loro presenza, ma solo in Europa di RAFFAELE RICCIARDI

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