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Cronaca Economia

La riforma di Boeri per l’ Inps

Inps, pensionati

Per poter riformare le pensioni in Italia c’è bisogno di una nuova Inps: il presidente dell’istituto, l’economista Tito Boeri, descrive la sfida che interessa milioni di italiani in un’intervista a Alessandro Barbera de La Stampa.

Boeri: “Se non riorganizziamo l’Inps la riforma pensioni è a rischio”

«Entro un anno il sussidio di disoccupazione sarà automatico. Il sì al referendum è fondamentale per cambiare il sistema dell’invalidità»

Tito Boeri ha un piccolo ufficio di proprietà dell’Inps a Palazzo Wedekind, due stanze di quella che una volta era l’enorme redazione del Tempo di Roma. Quando non lavora nel palazzone dell’Eur, è il suo punto d’appoggio. Le stanze adiacenti vengono affittate. Non una segretaria, non un funzionario. È appena tornato da Berlino dove ha discusso il progetto per introdurre il numero di sicurezza sociale europeo. In un angolo del tavolo lo zainetto nero da cui non si separa mai. Oggi rifirmerà con alcune modifiche il piano di riorganizzazione dell’istituto che gli ha creato enormi grane con i sindacati. Le finestre di Matteo Renzi a Palazzo Chigi sono a portata di voce.

Boeri, a costo di fare arrabbiare il premier non ha mai smesso di chiedere più flessibilità per le pensioni. Fra pochi giorni diventa realtà l’Ape, il piano per concedere l’anticipo a chi vuole uscire prima dal lavoro. Una buona riforma o un flop annunciato?  

«Tutto ciò che permette maggiore libertà di scelta a persone e imprese senza far aumentare il debito va bene. Il governo ha dovuto tenere conto dei vincoli europei, resta da verificare che i costi non vengano fatti pagare alle giovani generazioni».

Giudizio sospeso?  

«Il diavolo sta nel dettaglio e diverse cose sono ancora in discussione. C’è una norma di cui sono molto soddisfatto: quella per abolire le ricongiunzioni onerose fra gestioni previdenziali diverse. E’ iniquo penalizzare chi cambia lavoro. E poi equivale a tirarci una zappa sui piedi: secondo l’Ocse siamo il Paese europeo con il più alto “mismatch”. In altre parole abbiamo il maggior numero di lavoratori occupato in mansioni diverse dalle loro competenze. Migliorando l’incontro fra domanda e offerta di competenze possiamo tornare a crescere».

Il piano di uscita anticipata è piuttosto complesso, non è ancora del tutto chiaro chi potrà fare cosa. O no?  

«Sì è vero, è un meccanismo complicato, per questo ci vorrà un’importante campagna informativa e il contributo dei sindacati».

A parole tutto molto bello, intanto chi ha diritto ad un sussidio di disoccupazione deve fare domanda e attendere mesi.  

«Entro fine 2017 contiamo di fare tutto in automatico chiedendo noi a chi perde il lavoro dove versare la prestazione cui ha diritto e se è disponibile al reimpiego o a corsi di riqualificazione. Questo ci permetterà di erogare subito la prestazione senza aspettare che il lavoratore si attivi per richiederla».

Come va l’operazione buste arancioni? Al giornale riceviamo lettere di persone che scoprono di dover andare in pensione a 70, 71 anni.

«Bene che lo sappiano sin d’ora. E che si permetta loro, entro certi limiti, di poter uscire prima, ma con prestazioni più basse».

Quante lettere avete spedito?  

«Circa due milioni. Le abbiamo mandate a chi non aveva il codice di accesso ai servizi on line».

Per il piano pensionistico chiede collaborazione ai sindacati, intanto sulla riorganizzazione dell’Inps le fanno la guerra.  

«Senza la riorganizzazione dell’Inps sarà difficile l’attuazione del piano di anticipo pensionistico. L’Inps dovrà essere il centro di una rete fra banche, assicurazioni, imprese e lavoratori. Per noi è una grossa sfida. Abbiamo il dover di informare adeguatamente i contribuenti sulle implicazioni di scelte difficili. Per farlo abbiamo bisogno di più dipendenti preparati sul territorio».

Lo ha detto al premier? Le indiscrezioni raccontano che in passato avete passato momenti di grande freddezza. E’ così?  

«Non ho mai avuto la sensazione di avere problemi con lui. La mia indipendenza di giudizio non è mai stata in discussione. I problemi in passato semmai li ho avuti col Parlamento, e su questo Renzi non si è mai espresso, né a favore né contro».

L’organismo di vigilanza in cui siedono i suoi rappresentanti – il Civ – ha fatto ricorso al Tar contro il regolamento di organizzazione. Perché?  

«E’ stato il presidente del Civ a fare ricorso. In quel testo chiede di continuare a mettere bocca nella gestione intervenendo direttamente sull’operato del direttore generale. Come in passato c’è chi vorrebbe continuare a scegliere i dirigenti con il manuale Cencelli. Questo è inammissibile. I sindacati devono esercitare sorveglianza, lo avrebbero forse dovuto fare meglio in passato, non devono certo gestire la macchina».

E poi ha un fronte aperto con i dirigenti, che contestano il piano di riduzione delle direzioni generali. Perché?  

«La fusione fra Inps, Inpdap ed Enpals è avvenuta a freddo. Da allora non c’è mai stata una vera riorganizzazione. (Tira fuori l’organigramma dell’Inps). Guardi qui: le pare possibile che l’Inps debba avere una direzione “per il coordinamento analisi e monitoraggio soddisfazione dell’utenza per la riduzione del rischio reputazionale”? Per la pubblicazione dei lavori fatti dai ricercatori coinvolti nel programma VisitInps ho dovuto coinvolgere cinque direzioni generali. Glielo ripeto: cinque».

Come entra in ufficio all’Eur la mattina? Si mette l’elmetto?

«Il mio discorso di fronte ai dirigenti è stato forse il più difficile della mia vita. Ma c’è anche chi sta dalla mia parte. La struttura è sotto stress: siamo ventottomila ed eroghiamo oltre quattrocento prestazioni diverse. La settimana scorsa ero in Polonia, dove ci sono cinquantamila persone per occuparsi solo di pensioni. Anche in Francia e Germania ci sono molti più dipendenti per euro erogato che da noi. Al tempo stesso i carichi di lavoro non sono distribuiti in maniera equa e il merito non viene adeguatamente premiato. (Tira fuori un altro pezzo di carta, è la lettera di una dipendente)».

Oggi avete 48 direzioni generali, 33 delle quali a Roma. Lei ora qui ne vuole solo 14 e ben 22 sul territorio. Perché?  

«La mia impressione è che il federalismo all’italiana abbia buttato via il bambino con l’acqua sporca. Lo Stato ha abbandonato il territorio. Le autorità locali hanno bisogno di macchine efficienti per erogare i servizi e solo un’amministrazione centrale può ottenere quelle economie di scala che sono essenziali per raggiungere molte persone con costi molto bassi. Quando giro le sedi e incontro i sindaci spesso mi chiedono di aprire punti Inps presso i loro Comuni. Sono disposti non solo a darci locali in comodato gratuito, ma anche terminali e persone dedicate».

Non c’è il rischio di alzare i costi?  

«Dipende da come si riorganizza lo Stato: non deve moltiplicare le amministrazioni. Penso alla gestione degli ispettorati del lavoro: era divisa fra ministero del Lavoro, Inps e Inail. Che bisogno c’era di aprire un nuovo soggetto terzo, anzi quarto a tutti questi? Non si poteva riunire le funzioni presso uno di queste entità?»

Il referendum sul Titolo quinto avrà effetti sul vostro lavoro?  

«Potenzialmente importanti. Penso al contrasto alle povertà: oggi se ne occupano Comuni e Regioni a macchia di leopardo, mentre lo Stato contribuisce residualmente con la carta acquisti. Ci vorrebbe un sistema di finanziamento nazionale affiancato da un cofinanziamento locale. Questo responsabilizzerebbe gli enti locali a controllare che i soldi vadano davvero a chi ha bisogno e a spingere chi può a lavorare. Un altro esempio è la riforma degli strumenti per la concessione di assegni di invalidità: oggi la competenza è divisa fra noi e Asl con sovrapposizioni evidenti, lungaggini e contenzioso. Ipotizziamo di affidare tutto all’Inps: oggi è necessario mettere d’accordo tutte le Regioni, se il sì passa lo Stato riavrà il potere di regia».

Twitter @alexbarbera

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