Economia

Deaton, l’economista fuori dagli schemi su povertà e consumi STEFANO LEPRI*

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Una decina d’anni fa Angus Deaton, premiato ieri con il Nobel per l’economia, apprese dall’amico Jean Drèze, belga trapiantato in India, dati sorprendenti: benché le condizioni di vita degli indiani andassero rapidamente migliorando, la spesa in generi alimentari non aumentava. Anzi, l’apporto di calorie medio diminuiva. Strano, in un Paese dove la malnutrizione è diffusa. Altri studiosi avrebbero fatto finta di non accorgersi di dati che contraddicevano la teoria. In India, all’opposto, alcuni proclamavano che la globalizzazione in realtà immiseriva. Deaton no, si mise con pazienza a studiare, cercando di capirci qualcosa: perché questa è stata negli anni la sua dote, indagare, non smettere di avere dubbi, provare le teorie sul concreto e se non funzionano cambiarle. 

Scozzese povero, arrivato a Cambridge grazie ai sacrifici del padre, all’aiuto generoso di alcuni insegnanti, infine a borse di studio, racconta di sé che fu tutt’altro che un secchione. Approdò all’economia un po’ per caso, annoiato dalla matematica, per breve tempo incuriosito dalla filosofia della scienza. Una settimana prima di compiere i 70 anni corona la carriera con il premio più ambito; i colleghi dicono che se lo merita in pieno. Negli ultimi anni era comparso spesso nella lista dei favoriti. Chi lo conosce ne apprezza la libertà di pensiero, lo humour, la vasta cultura. Scrive bene, riuscendo a farsi capire anche dai non iniziati. 

Da oltre un trentennio insegna negli Usa, a Princeton, dove si trasferì anche a causa dei tagli del governo Thatcher alla spesa per l’istruzione. Ma degli Stati Uniti è critico, come spiega nel libro «La grande fuga. Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza», che Il Mulino ha appena pubblicato: contrariamente al mito, è uno dei Paesi dove ai figli di poveri è più difficile diventare ricchi. Non rispetta mai gli schemi. La sua ipotesi sull’India, che i redditi crescenti non vengano spesi in alimentari perché meno persone fanno lavori faticosi, fa ancora discutere. Calcola che per eliminare la povertà nel mondo in teoria basterebbe pochissimo, «chiedere 15 centesimi di dollaro al giorno a ogni abitante dei Paesi ricchi», però suscita polemiche dicendosi contrario agli aiuti. 

Spiega che quando ha cominciato a studiare il problema degli aiuti allo sviluppo era convinto che funzionassero. Invece è arrivato a concludere che nei Paesi poveri dove i politici sono corrotti, le istituzioni inadeguate, i burocrati incapaci, i soldi vanno sprecati, fanno più male che bene; mentre i Paesi capaci di governarsi decentemente di soccorso non hanno un gran bisogno. Deaton cita con favore gli studi di Thomas Piketty sulle disuguaglianze crescenti, tuttavia è contrario alla sua proposta di elevatissime aliquote fiscali per i ricchi. Si indigna di quanto i soldi influenzano la politica americana e nello stesso tempo ritiene che lo stimolo a guadagnare più degli altri sia un fattore positivo. 

Sulle sorti del pianeta si dichiara «prudentemente ottimista». Se non altro, dice, la scienza funziona: «Oggi i bambini dell’Africa subsahariana hanno più probabilità di sopravvivere fino ai 5 anni di età di quante ne avessero i bambini inglesi nati nel 1918». Proprio lui che ne conosce i dati insiste che la povertà non è solo questione di denaro, più importante è che migliorino salute e istruzione. Nella motivazione del premio l’Accademia delle scienze svedese menziona tre campi di ricerca, sistema di analisi della domanda, collegamenti tra consumi e reddito, misurazione della povertà. Tra tante cose si è anche occupato di capire quanto il denaro dia la felicità, assieme all’amico Daniel Kahneman, Nobel 2002. E allora? «La risposta è molto complicata» riassume con ironia. 

*lastampa

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