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Quando il dolore viene dal mare

Storie dolorose di emigrazione

Stasera in prima visione ci sarà Giuseppe Fiorello con “I Fantasmi di Portopalo”

Questa storia la conosco, nel profondo, l’ho vissuta dentro, ho avuto la possibilità di viverla sulla mia pelle ma soprattutto nella mia testa. Allora raccontiamola ancora questa storia. La storia di un uomo coraggioso che ha rischiato di perdere tutto e che qualcosa ha perso pur di denunciare. Ma quando entra in scena Salvatore Lupo?

Pakistani, indiani e srilankesi, quattrocento clandestini convogliati al Cairo che dopo aver pagato un migliaio di dollari a testa agli scafisti, furono imbarcati sul cargo Yohan, bandiera honduregna, e partirono alla volta dell’Italia, dopo dodici giorni di attesa per riempire al massimo l’imbarcazione. Rinchiusi nella stiva, poco cibo e acqua.

Nel frattempo l’imbarcazione F174, era partita da Malta per incrociare la Yohan e trasferire il “carico” sulle coste della Sicilia. Arrivò nella notte del 25 dicembre 1996 e nell’incrociare la Yohan, subì uno squarcio sulla prua. Non accorgendosene, ripartirono dopo le operazioni di trasbordo e cominciarono ad imbarcare acqua. Chiesero aiuto alla Yohan che una volta giunta, a causa del mare in burrasca, andò a scontrarsi definitivamente con la F174 che si spaccò in tre e affondò. Morirono 300 persone e se ne salvarono solo tre, tra cui il comandante greco. I trafficanti ripartirono con la Yohan per la Grecia dove scaricarono i superstiti, i quali denunciarono ma nessuno credette loro.

Ecco Salvatore Lupo, pescatore di Portopalo di Capo Passero in provincia di Siracusa.

La mattina del 4 gennaio 1997, alzatosi presto per andare a pesca, insieme a gamberi e granchi, Salvatore raccolse nelle sue reti pantaloni, scarpe e una carta plastificata con la foto e il nome di un ragazzo di 17 anni, Anpalagan Ganeshu.

Cosa fare? Salvatore sapeva che alcuni giorni dopo la tragedia, alcuni suoi colleghi pescatori avevano ritrovato numerosi cadaveri, ma non denunciarono nulla alle autorità per evitare interrogatori e lunghi sequestri delle imbarcazioni. Ma nemmeno si chiesero da dove provenissero quei tristi cadaveri e così furono rigettati in mare. Ma lui no. Lupo provò pena per Anpalagan, rifiutò il silenzio e la reticenza dei compaesani, decidendo di raccontare tutto. E lo fece prima con le autorità, che al solito non gli credettero, poi con un giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, conosciuto tramite un amico che vive a Roma e che gli diede l’aggancio.

Il giornalista trascorse un pò di tempo nel paesino di pescatori, raccogliendo i racconti nei bar, tra un bicchiere e l’altro. Di cadaveri ne sentiva parlare eccome ma tutti avevano paura di raccontare, perché denunciare il ritrovamento avrebbe significato subire il blocco dei pescherecci e quindi non poter lavorare. Intanto in fondo al mare emergeva un cimitero.

Le ricerche del giornalista continuarono allo stremo e dopo aver raccolto una serie di prove cominciò a chiarirsi il quadro. Scrisse un articolo su Repubblica, “Negli abissi il cimitero dei clandestini”, il 6 giugno 2001, ben 5 anni dopo la tragedia.

Partirono le prime denunce e partì finalmente l’inchiesta e la Procura di Siracusa, dopo aver individuato i responsabili, decretò il rinvio a giudizio per il capitano della Yiohan, Youssef El Hall, l’armatore della F174, Sheik Turab detto “Mr Toni”, pakistano, si vantava di aver portato mezzo Bangladesh a Roma. Infine Mandir detto “Pablo”, indiano, di professione mercante di esseri umani.

Youssef El Hallal, estradato in Italia, restò in carcere fino al 6 maggio del 2001 e successivamente trasferito in un centro d’accoglienza come clandestino e quindi espulso nuovamente in Francia.

Quando fu ritrovato il relitto si rischiò paradossalmente di bloccare tutto: la F174 si trovava infatti in acque internazionali. La Procura decise di applicare una norma del codice penale che, in casi di eccezionale gravità, consente di indagare su fatti che non riguardano cittadini italiani e che non sono accaduti in Italia. Ciò comportò la contestazione di un reato più grave, omicidio volontario plurimo aggravato che, risultando contestabile solo a due persone, restrinse la lista degli imputati a El Hallal e all’armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, considerato l’organizzatore del viaggio. Il processo rimase aperto solo per l’armatore, residente a Malta, perché la Francia si oppose alla richiesta di estradizione del capitano che si era rifugiato oltralpe. Condannato poi in appello a 30 anni di carcere insieme al capitano della nave, dopo che il processo di primo grado li aveva visti assolti.

Salvatore Lupo, il marinaio, continua a vivere nel suo paese e ha cambiato attività, con i figli gestisce un Bed&Breakfast, “Nave fantasma”: un modo per non dimenticare, per non nascondere la verità.

La tragedia è stata più volte portata in scena in diversi teatri d’Italia. “La nave fantasma” nel 2005 vince il Premio Gassman come “miglior testo italiano”.

Una puntata intensa quella di Carlo Lucarelli in “Blu Notte”. Inchieste dei quotidiani “Il manifesto”, “Le Monde” e “The Observer”.

Oggi Giuseppe Fiorello che con Giuseppe Battiston , Roberta Caronia e Angela Curri portano in Rai la miniserie “I Fantasmi di Portopalo”, una coproduzione Rai Fiction-Picomedia, in collaborazione con Iblafilm, liberamente tratto dall’omonimo libro di Giovanni Maria Bellu del 2006.

Una storia sorprendente, una storia vera. Conoscere è meglio che dimenticare, recuperare la storia è un dovere individuale e un diritto che dobbiamo pretendere di esercitare.

Vincenzo VANACORE

In merito all'autore

Vincenzo Vanacore

Nato al Sud ma vivo al Nord. Insegnante e Sindacalista.
Appassionato di sport, sono stato assistente e arbitro di calcio, oggi osservatore e istruttore di jumping fitness.
Impegnato nel sociale, mi piace scrivere e amo viaggiare.
Ho pubblicato una raccolta di poesie e ho collaborato con alcune testate, anche in ambito radiofonico, su temi sociali e d’attualità.
Giornalista freelance, iscritto all’albo dei pubblicisti.
Oggi scrivo per ViViCentro.
Eternamente in cerca di quel qualcosa in più, altrove.
Possibilmente abbastanza da dover fare una valigia.
Sempre in bilico tra monti, mare e città.

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