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Little boy: la prima arma nucleare della storia

Enola Gay, La prima arma nucleare

In questi anni di corsa al riarmo nucleare è bene non dimenticare lo sgancio di Little boy, la prima arma nucleare della storia. Oggi il tragico anniversario, ma quale fu il retroscena di quello sgancio?

“Little boy”, il nome in codice della bomba atomica Mk.1, fu costruita nell’ambito del Progetto Manhattan, denominazione data ad un programma di ricerca e sviluppo in ambito militare che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la seconda guerra mondiale. Fu condotto dagli Stati Uniti d’America con il sostegno di Regno Unito e Canada. Dal 1942 al 1946 il programma fu diretto dal generale Leslie Groves del corpo del Genio militare degli Stati Uniti.

Enola Gay, arma nucleare

La Mk.1 era dotata di un involucro di forma convenzionale, in acciaio, lungo 3 metri, con diametro di 0,71 metri e pesava 4.037 chilogrammi. Si trattava di una bomba atomica “gun type” con materiale fissile costituito complessivamente da 64,13 chilogrammi di uranio arricchito all’80%. La maggior parte di esso venne arricchito negli impianti dell’Oak Ridge National Laboratory nel Tennessee.

“Little boy”, sganciata su Hiroshima da Paul Warfield, Jr. Tibbets alle ore 8.15 del 6 agosto 1945 durante gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, distrusse 12 km quadrati e 60 mila edifici (su 90 mila), fece 100 mila morti e altrettanti ustionati quasi tutti condannati a essere divorati dal cancro.

Tibbets, colonnello dell’Air Force guidava un equipaggio di quattordici persone, prima di partire aveva fatto dipingere il nome della madre, Enola Gay, sulla fiancata del suo bombardiere B-29, come portafortuna.

Il “Target Committee”, gruppo di lavoro per la selezione degli obiettivi della bomba atomica, di Los Alamos, capoluogo della contea omonima nello stato del Nuovo Messico e conosciuto soprattutto per la presenza del Los Alamos National Laboratory, fondato proprio durante il Progetto Manhattan, il 27 aprile 1945 si riunì per la prima volta e vennero selezionati inizialmente diciassette obiettivi: la baia di Tokyo (per una dimostrazione non-letale), Kyoto, Yokohama, Nagoya, Osaka, Kobe, Hiroshima, l’arsenale di Kokura, Fukuoka, Nagasaki, e Sasebo.

Il gruppo, guidato dal fisico J. Robert Oppenheimer, scelse i possibili obiettivi basandosi su tre criteri: dovevano essere facili (con un diametro di oltre cinque chilometri), avere un’importanza strategica ed essere centri urbani importanti. Hiroshima era un vasto deposito di armi, oltre che un porto di grande importanza. Nagasaki non solo era un porto, ma ospitava molte industrie.

Dalla testimonianza tratta dal libro “L’invenzione della bomba atomica. 6 agosto 1945: l’inizio di una nuova era” di Richard Rhodes (Rizzoli 2005), che raccomando di leggere, Tibbets ricorda, alla guida dell’Enola Gay: “Un sonoro “blip” alla radio avvertì i B-29 di scorta che la bomba sarebbe caduta entro due minuti, e poi Tom (il puntatore Thomas Ferebee) si affacciò dal gabbiotto della punteria e mi fece segno: sarebbe andato tutto bene. Fece segno all’operatore radio che poteva dare l’ultimo avvertimento. Partì un segnale continuo che diceva agli aerei di scorta: “Fra 15 secondi parte”. Il segnale continuo finì, la bomba cadde, Ferebee mollò la punteria. Io staccai il pilota automatico e feci virare l’Enola Gay. Misi gli occhiali antiabbaglianti, ma non riuscivo a vedere, ero cieco. Li gettai per terra. Una luce fortissima riempì l’aeroplano. La prima onda d’urto ci colpì. Eravamo a diciotto chilometri e mezzo in linea d’aria dall’esplosione atomica, ma tutto l’aereo scricchiolò e cigolò per il colpo. Urlai: “Contraerea!”, pensando che una batteria pesante ci avesse scoperti. Il mitragliere di coda aveva visto arrivare la prima onda; era un luccichio dell’aria, ben visibile, ma non sapeva che cosa fosse finché non ci colpì. Quando arrivò la seconda onda
d’urto ci mise in guardia. Ci girammo a guardare Hiroshima. La città era nascosta da quella nuvola orribile, ribollente, a forma di fungo, terribile e incredibilmente alta. Per un momento non parlò nessuno, poi si misero a parlare tutti. Ricordo che Lewis mi batté sulla spalla dicendo: “Guarda là. Guarda là!”. Tom Ferebee si chiese se la radioattività ci avrebbe resi tutti sterili. Lewis disse di sentire il sapore della fissione atomica. Disse che sapeva di piombo.”

Prima di sganciare la bomba atomica, il presidente americano Henry Truman volle inviare ai giapponesi la Dichiarazione di Postdam come ultimatum. Nelle ore seguenti gli aerei americani lanciarono alcuni milioni di volantini con il testo della dichiarazione su Tokyo e altre dieci città giapponesi. Le condizioni americane furono discusse dal governo giapponese per un’intera giornata ma il primo ministro Kautaro Suzuki, alla fine dell’incontro disse che la dichiarazione era soltanto una rimasticatura di proposte precedenti e che egli l’avrebbe “uccisa con il silenzio”.

Quattro giorni dopo, il 30 luglio, Truman ricevette un telegramma dagli Stati Uniti con cui lo si informava che il “progetto” (della bomba atomica) stava progredendo rapidamente e gli si chiedeva una decisione non oltre il primo agosto. Il giorno dopo il presidente scrisse di suo pugno sul retro del telegramma: “la proposta è approvata. Dare corso quando i preparativi saranno ultimati, ma non prima del 2 agosto”.

L’ipotesi più accreditata è che la bomba fu sganciata per evitare il sanguinoso logorio di una lunga guerra combattuta sul territorio giapponese e per dare un senso all’enorme somma di denaro (due miliardi di dollari) che il governo americano aveva investito nell’operazione. Tre giorni dopo un altro ordigno, “Fat Man”, distrusse Nagasaki.

Il 15 agosto 1945 l’imperatore Hirohito comunica la resa, il Giappone si arrese agli Alleati.

Tibbets, lasciato l’Air Force nel 1966 con il grado di generale, aveva messo in piedi una società di Taxi Jet in Ohio. Si è spento a Columbus il primo novembre 2007 all’età di 92 anni. Secondo quanto riferito dall’amico di famiglia, Gerry Newhouse, ha lasciato detto di non celebrare un funerale per lui e di non porre una lapide sulla sua tomba, per il timore che divenga un luogo per manifestazioni di protesta. Per suo volere ha chiesto di farsi cremare e le sue ceneri sono state sparse sul Canale della Manica che aveva sorvolato più volte durante la guerra.

Anni fa, in un’intervista, ha detto: “Non sono orgoglioso di aver ucciso 80.000 persone, ma sono orgoglioso di essere partito dal niente, aver pianificato l’intera operazione ed essere riuscito ad eseguire il lavoro perfettamente. La notte dormo bene”.

Senza un rimorso o un ripensamento, se n’è andato a 93 anni il 28 luglio 2014, morto di vecchiaia in una tranquilla casa di riposo a Stone Mountain, nel cuore della Georgia, anche l’ultimo aviatore, membro dell’equipaggio dell’Enola Gay, assoldato dal collega e amcio Tibbets, Theodore Van Kirk.

Vincenzo Vanacore

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In merito all'autore

Vincenzo Vanacore

Nato al Sud ma vivo al Nord. Insegnante e Sindacalista.
Appassionato di sport, sono stato assistente e arbitro di calcio, oggi osservatore e istruttore di jumping fitness.
Impegnato nel sociale, mi piace scrivere e amo viaggiare.
Ho pubblicato una raccolta di poesie e ho collaborato con alcune testate, anche in ambito radiofonico, su temi sociali e d’attualità.
Giornalista freelance, iscritto all’albo dei pubblicisti.
Oggi scrivo per ViViCentro.
Eternamente in cerca di quel qualcosa in più, altrove.
Possibilmente abbastanza da dover fare una valigia.
Sempre in bilico tra monti, mare e città.

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