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Cultura

”La bellezza dischiusa” in un saggio di Ettore Goffi

Barretta e Gandolfi
       Il giornalista e scrittore Andrea Barretta (a destra) con l’artista Ettore Goffi nel suo studio.

Accezione e ruolo partecipano insieme in questo libro e allo stesso modo manifestano appartenenza nel voler  descrivere un disegno unico improntato all’emozione nella ricerca del bello come capacità di coinvolgimento  incondizionato. 

di Andrea Barretta

Fatto anomalo dell’arte contemporanea è quello di un artista che s’interroga sulla bellezza e, badate bene, non con riferimento a un’estetica banalizzata da motivazioni di gusto o di moda, ma a quell’essenziale obiettivo di guardare un’opera d’arte senza l’ausilio della parola. E’ il paradosso – attuale in un dibattito culturale – che mette in campo Ettore Goffi nella dicotomia dell’artista che diventa scrittore o, se vogliamo, il contrario, non in una divisione contrapposta ma nel valicare pagine di un libro per andare oltre e approdare nello spazio che rende visibile l’immagine a dilatare il pensiero, dove appare evidente anche la dualità tra definizione di arte e l’esercizio della bellezza che possa competere con il configurarsi di una necessaria presenza dell’estetica.

Così accezione e ruolo partecipano insieme in questo saggio – dal titolo “La bellezza dischiusa” – e allo stesso modo manifestano appartenenza nel voler qui descrivere un disegno unico improntato all’emozione. C’è, insomma, la sensibilità di una ricerca del bello come capacità di coinvolgimento incondizionato. Non solo. C’è il far apparire la rivendicazione di una storia personale che Ettore Goffi racconta con il coraggio intellettuale che gli deriva dai suoi studi finalizzati in una laurea in lingue e letterature straniere moderne, e dall’aver viaggiato tra culture diverse con un lungo soggiorno a Parigi per frequentare, negli anni Novanta, la scuola del nudo al “Les ateliers des beaux-arts”. La sua produzione artistica, però, non è in argomento per un’introduzione che avverrà in altro specifico ambito, mentre ora sono queste pagine da mettere in una cornice che sia parafrasi per il lettore di quanto di eloquente è tra le righe di un discorso come avamposto di un fronte di cui ormai si sente l’esigenza: quello tra arte e bellezza. In verità l’autore tocca questo conflitto per misurarsi da artista, ma in tale veste resta in campo neutro, mentre quale scrittore prende posizione in una trincea dove si combatte una battaglia ben più importante per le implicanze nella società che chiama e c’interpella sulla “libertà di opinione e di parola, inalienabile per ogni uomo”, precisa Goffi con una citazione di Vladimir Majakovskij, interprete della cultura russa post-rivoluzionaria: “Noi non siamo schiavi, gli schiavi sono muti!”.

Per questo sostiene la comunione d’intenti tra arte e società che sia vertigine in grado di superare la condizione  dove realizzare una proporzione artistica nella filosofia dell’integrazione. Ne è dimensione e adesione l’opera  riportata in copertina in cui davvero l’aspetto culturale si confronta e convive con un assunto complesso qual è  l’umanità che si tiene per mano in una prospettiva d’emancipazione antropologica dello stare insieme, presenze  “animade” ci direbbe il nostro autore quale insegnante di letteratura spagnola.

La collettività per Ettore Goffi, di fatto, è misericordia e la società compressione di trasformazioni in atto: questi i  punti focali dei tratti pittorici in copertina in un orizzonte di figure su un piano, seppure a ostacoli, per interagire  con il possibile cambiamento del vivere globalizzato. Cosicché più volte propone in antitesi una visione locale  come interconnessione indispensabile tra creativo e comunità di appartenenza, e ne fa un’analisi tra ambito  domestico, dove vive l’artista nell’esprimere proporzione di grazia, e la pur doverosa premura di un afflato che ne  superi i confini per l’universalità come frutto della solidarietà, come unione corrisposta “capace di accogliere le sue  estasi e mitigare i suoi tormenti”.

Diventa, lo scrittore, sentinella della bellezza che vorrebbe “dischiusa” come alba verso un giorno nuovo nella  metafora di altre luci e su motivi di urgente rilevanza, perché se “l’arte è l’ignoto”, secondo quanto asserisce il  poeta francese Jules Laforgue, o è figlia della natura, come leggiamo nel riferimento a Dante, ecco che l’artista può dirsi “quasi nipote” rispetto a Dio nel seguire come per il “maestro fa il discente”. Una cosa chiara in filosofia nel dare al Creato l’incedere dell’’ingegno divino, già con Aristotele nel suo contemplare l’arte quale imitazione della natura giacché ne assume l’origine.

Mimesi e catarsi, dunque, stanno in quell’inesauribile inchiesta sull’etica nell’estetica condotta da Goffi anche in  suoi precedenti interventi sapienziali, e ne lascia l’impronta quando mette in discussione l’arte stessa se priva della  bellezza, e se stesso con domande che lascia al lettore nella percezione del presente come risorsa rinnovabile in  una linea multiculturale dove non risiedano logiche di potere. E’ il nucleo di una scrittura ritmata da citazioni e  precetti quasi a guida del comportamento morale, o della vita pratica, cui pone il racconto di ognizioni individuali, in un ritualismo inteso sia come purificazione della parola sia come riscatto dall’incoerenza di molti nel non definire l’arte né a purificarla da sperimentazioni folli, tanto che si assiste a forme che lasciano perplessi, se non esterrefatti, chiunque mastichi almeno un po’ la storia dell’arte o soltanto il buonsenso a dire in coro con l’editore Leopoldo Longanesi che l’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati.

In tale contesto sono importanti i riferimenti a ricomporre un’angolazione utile a rintracciare una ricognizione attraverso le suggestioni e le potenzialità della bellezza esercitate nella radicalità linguistica lontana dallo star system che avanza nell’affogare l’arte in un mercato fatto di stereotipi a sradicare i tradizionali rapporti tra  meraviglia e stupore, immaginazione e seduzione. Non a caso Ettore Goffi pone un diverso punto di vista che  affiora nell’autorialità usata per ridefinire un’attesa: quella di riconoscere il passato per entrare nel futuro,  nell’attualità in cui operare senza egocentrismi che corrodono l’anima e le nuove generazioni nella precarietà. E prima o poi dovremo pur affrontare l’adeguamento a essere “immunizzati da occhi nuovi” e a dare all’arte “un  significato antropologico e sociale” cui assegna una “soggettività personale” nel tentativo “mai pienamente  compiuto, di dare forma estetica” all’ispirazione, perché a dirla con Saba, l’opera d’arte è sempre una confessione.

Goffi, allora, cerca di entrare nella condizione dell’artista scrittore e di trovare un’intesa con l’alchimia tra arte e  bellezza, ma anche – appunto – tra società e quotidianità, accennando a temi forti che un breve saggio necessariamente non approfondisce e per questo lascia alcune domande al lettore per una riflessione singolare, ma  chiede di fare memoria del “vedere” e del “guardare”, per quanto è intorno a noi affinché arrivi al cuore. E’,  insomma, il richiamo principale di tutta la sua dialettica che orchestra in una sorta di caccia al tesoro per  raggiungere l’incanto epifanico del “giusto criterio delle realizzazioni”, come dettava Giovanni Paolo II in  riferimento all’arte. E ci dà un indizio fondamentale – per uscire da qualsiasi dubbio – nel citare lo scrittore  austriaco Karl Kraus, quando afferma che “il vizio e la virtù sono parenti, come il carbone e i diamanti che hanno  per base comune il carbonio”.

In “La bellezza dischiusa” l’autore indaga, e sembrerebbe venire a mancare in qualche passo rallentato, portato  avanti con la sofferenza di attimi di pessimismo, ma è proprio in questi momenti che pronuncia il polimorfismo  dell’arte a contatto con il pubblico e segna la radice letteraria della scrittura risemantizzata. Proprio qui, infatti, va a originare nuovi sigilli senza automatismi facili né censure o conformismi da far dire che la non arte evoca il brutto e il banale.

Semiotica e sociologia, quindi, sono nel suo interesse, nel lasciare le orme più profonde tra le righe dove è animato  dal desiderio di guardare dietro e dentro il sé, consapevole di cercare soprattutto un dialogo esplicitato fin dal  titolo, là dove si allontana da una vicenda esclusiva per aprirsi all’universale esplorazione della bellezza. E ci porta  in una posizione di primato grazie a questa pratica transdisciplinare a plasmare l’armonia e l’energia narrativa in paesaggi mnemonici che si fanno visibili solo a chi è capace di un’attenzione “sincera a favore della bellezza” nello “svelare il mistero nascosto di un’anima, l’identità stessa del suo autore, che non solo espone la propria opera ma si espone senza difesa alcuna”, scrive.

Un approccio, certo, ma incisivo e lucido, coeso per Ettore Goffi per non arrancare in una realtà distante, utopica,  senza uno sviluppo ascrivibile a mancati pragmatismi e riferibili alla commercializzazione dei valori che scalfisce  l’esistere. Ne è pausa e dignità, questo il cuore della riflessione, tant’è che intende provocare nel lettore  quell’emozione che, avvisa, ci sarà solo se riusciamo a sospendere “le mille distrazioni e preoccupazioni di cui siamo succubi abitualmente”, perché “il contatto con l’intera umanità nutre e dà forma all’ispirazione artistica”. E come non essere con lui, con il nostro autore, se poi convoca in una chiamata allo splendore, alla magnificenza,  all’incanto, con la pittura di Van Gogh, la musica di Beethoven e la scrittura di Dante?

E’ da adocchiare tra tele e colori seduto al tavolo a scrivere con in testa la grande arte e nelle orecchie la grande musica mentre escono dalla penna parole dalle molte aspettative e un testo che ora, caro lettore, hai tra le mani in una reazione che indubbiamente consegna benefici reciproci e che inevitabilmente risiedono nella cultura di base di Ettore Goffi. Sarebbe da cercare ma possiamo soltanto immaginarlo nell’irruenza donchisciottesca di andare contro la bruttezza con la classicità letteraria a colpire ibridi contemporanei contagiati da ammiccanti e per niente geniali déjà vu. Ma le parole non sempre sono sufficienti anche quando importune: in questo senso l’autore indica che bisognerebbe seguire unicamente la forza della bellezza che da sola dovrebbe bastare a essere energia per il cuore e per la mente, scavando nella contaminazione delle arti purtroppo senza inediti creativi e sorretta solo dalla verbosità di commenti a imprigionare l’opinione in un labirinto da cui non si vede ancora una via d’uscita.

La bellezza per Ettore Goffi è circoscritta nel dovere-obbligo per l’artista di due modi propri quali l’immanenza e la trascendenza e quindi nel cercare un ponte tra l’aspetto esteriore e quello interiore. Così inteso, entra in campo  l’universale dello spirito umano e se accostiamo questo modello alla decadenza in cui viviamo, abbiamo la  maturità di un giudizio critico nei confronti di esiti stilistici oggettuali e della parola a sostegno. Su cosa bisogna fondare la percezione dell’uno o dell’altro percorso c’è il vissuto e l’interpretazione del mondo chiuso in se stesso e autosufficiente (immanenza), e quanto il contrario suggerisce come discendente da qualche cosa d’altro (trascendenza), ed è la consuetudine a fare notare l’immanentista orientato a sembianze freudiane mediate dal  silenzio emotivo, separato e indipendente, come per la sostanza divina di Spinoza o l’Idea di Hegel, fino ai principi  conoscitivi validi solo all’interno dell’esperienza stessa riferita da Kant cui segue l’Io di Fichte che dà profilo e  contenuto alla conoscenza attraverso tesi, antitesi e sintesi.

Una ricapitolazione e una via determinata da Goffi che presuppone ideali trascurati, nel nichilismo di cui si  approfitta l’arte concettuale in obiettivi diversi e in un falso equilibrio nel mobilismo di epigoni all’assalto, senza alcun conto del “momento oscuro, il momento in cui i poveri non sono felici, perché la madre sente il bambino piangere di fame”, cita riportando un testo di Arturo Paoli, un missionario alla ricerca di una spiritualità per l’uomo d’oggi che nasca dalla responsabilità contro il pericolo della dissociazione. Ed è condivisibile perché  constata diversità secondo una descrizione dell’etica kantiana che pone nella ragione dell’uomo l’attendibilità  dell’etica al fine di proteggere la libertà. E lo è ancora di più quando imbocca il cammino del sentimento non per  una bellezza come qualità ma per l’assoluto che risiede in un valore, ovviamente non economico, in un’entropia  che continui a trasmettere principi per costruire un sistema coeso ma senza fermarsi per non entrare in una stasi  che marcherebbe la fine non solo dell’arte ma del poeta che l’autore lega all’artista nel “compito di testimoniare …  il primato della bellezza come modo di approccio al mondo”, anche “quando nella società incombe la brutalità e la violenza” o soffiano venti di guerra.

Pur sapendo, tuttavia, che ogni sistema contiene delle contraddizioni è indubbio, seguendo questo percorso, che  possiamo desiderare il bene e il bello in una convergenza al di sopra di tutto, sempre più intermedia nella nostra  esistenza a comporre la speranza cui si appella Goffi, senza illusioni estetiche né elogi soggettivi che andrebbero a  significare che non è arte e non c’è l’artista. Allora bisogna trovare la bellezza e bisogna cercarla seppure nel  deserto dell’incomunicabilità e continuare a materializzarla conservandone la sostanza. Bisogna, insomma, ci dice l’autore, operare delle scelte nel disporre risultati espressivi e funzione estetica affidata alla tensione del nostro essere, nell’indefinibile avvertito con inequivocabile trasporto intimo se c’è la presenza trascendente, per la purezza concretizzata in un carattere prevalente leggibile nell’incessante arricchimento reciproco.

In questi istanti letterari ravvisiamo lo scrittore, quando fa sua l’espressione di Bertolt Brecht sul far confluire tutte le arti nell’arte più grande di tutte: quella di vivere, e quando palesa la risolutezza di lasciare anche solo per un momento i pennelli e la sua tavolozza per essere strumento di un’idea che sia tema di facoltà nel giardino delle  opportunità, pur in un paese che si è impoverito culturalmente. In fondo basta averne la consapevolezza, ed Ettore Goffi l’ha, perché ragiona fuori da imposizioni e limitazioni, soprattutto in quel ritorno a casa, nella dimora in cui abbracciare non l’intenzione di Kant ma la realizzazione di Hegel, nell’impegno morale da versare al vero oltre il dominio di balzelli pseudo culturali, almeno nell’accostare il pensiero all’esperienza artistica, e se questa bellezza “dischiusa” non salverà il mondo come nei desideri di Dostoevskij, forse basterà a salvare l’arte.

Ettore Goffi, “La bellezza dischiusa” Ed. Primp, pagg. 64, euro 10.

Andrea Barretta

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