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Minniti conferma la linea per le ONG: «Chi vuole continuare le azioni di salvataggio deve firmare il codice»

Minniti conferma la linea per le ONG

Dopo il sequestro predisposto dalla Procura di Trapani per la nave di una Ong tedesca impegnata nei soccorsi ai migranti, il ministro dell’Interno, Marco Minniti, espone la linea dell’Italia: “Chi vuole continuare le azioni di salvataggio deve firmare il codice”.

Minniti: “Se le Ong vogliono operare dovranno firmare il codice”

Il ministro dell’Interno: «Guardia costiera e sindaci libici frenano gli arrivi»

ROMA – È un 2 agosto particolare per Marco Minniti. Si è fatta sera quando il ministro dell’Interno rientra nel suo studio al Viminale a conclusione di una giornata piena di segnali incoraggianti sul fronte migranti: il dato sui flussi in calo, l’indagine della magistratura sulle Ong, le navi italiane in partenza per la Libia. È un trend, finora negativo, che sembra invertirsi. Ma il ministro dell’Interno rinuncia a dichiarazioni pubbliche e parlando con i suoi collaboratori, sceglie la prudenza: «Una rondine non fa primavera e se cantassimo vittoria domani potremmo essere smentiti. Sappiamo bene che i flussi non si possono cancellare, ma si possono e si devono governare: questo è il nostro obiettivo». Ciò che conta per Minniti è che «in questi giorni cominciamo a vedere una luce in fondo al tunnel, una luce che tempo fa non riuscivamo a scorgere».

Sulle prime risultanze della magistratura sulle Ong Minniti non dice una parola nel merito e con i suoi si limita ad una previsione-auspicio: «Vedremo se l’inchiesta contribuirà a dimostrare che di un Codice c’era e c’è bisogno…». E aggiunge: «Se le Ong non firmano, difficilmente potranno continuare ad operare». Dunque, il sequestro di Lampedusa suggerisce che adesso le Ong si trovano davanti ad un bivio assai eloquente: aderire al nuovo regolamento, approvato dalla Commissione europea, oppure non entrare nelle acque territoriali italiane. Questo 2 agosto dunque è una tappa, un tassello di un «disegno e di una strategia» per «tutelare gli interessi del nostro Paese» portando la legge in un Mediterraneo Centrale «che nell’ultimo anno e mezzo si è trasformato in una giungla». Anche perché il sequestro della Iuventa suggerisce la possibile genesi delle complicità di fatto fra alcune Ong e gli scafisti: l’«estremismo umanitario».

I progressi sono il frutto di un metodo di lavoro che il ministro riassume così: «Sin dall’inizio ho cercato di cancellare il termine e il concetto di “emergenza”, perché serve una visione, da dispiegare su più tasti». E dunque se nella seconda metà di luglio si è registrato un drastico calo degli arrivi, ciò dimostra che il lavoro avviato sette mesi fa sta cominciando a dare frutti. Grazie ad un impegno che, ricorda Minniti, si articola su due fronti: «Il crescente lavoro della Guardia costiera libica per bloccare gli scafisti respingendoli a terra e gli accordi da noi siglati con sindaci e tribù libiche perché, una volta tornati nelle loro città, hanno iniziato a spiegare che è più conveniente rimanere che partire». Ecco perché la partita fondamentale si gioca dall’altra parte del Mediterraneo, dove gli accordi sono per definizione incerti, costantemente a rischio: «Non è stato facile rompere il muro del suono, ma ci siamo riusciti». L’inizio è stato nel rapporto con il governo di al-Sarraj da cui è «letteralmente nata dal nulla» la Guardia Costiera, «istituzione» fino a quel momento sconosciuta in quel Paese e a conclusione di questa veloce «costruzione» ieri il Parlamento italiano ha autorizzato la partenza del pattugliatore e della nave-officina di supporto alla Guardia libica, che «era il primo punto dell’accordo del 2 febbraio con Sarraj», ricorda il ministro.

Ma proprio perché «una rondine non fa primavera», il ministro dell’Interno è deciso a rilanciare subito con nuove iniziative: «Dopo Ferragosto rivedrò, stavolta a Roma, i sindaci libici, perché un’altra parte essenziale della strategia è la mobilitazione della società libica e non soltanto delle istituzioni. Quando li ho visti per la prima volta, il 13 luglio, i principali 13 sindaci del Paese, sono venuti con le slides, con i piani di sviluppo delle loro città e il nostro incontro è stato trasmesso in diretta da tutte le tv libiche. Ci hanno chiesto: aiutateci a costruire il nostro futuro. Sostanzialmente aiutateci a “riconvertire” la nostra economia, liberandoli dal traffico degli esseri umani e offrendogli alternative concrete».

Un incontro, quello di Roma, con i sindaci libici, al quale Minniti intende dare un respiro europeo, coinvolgendo il Commissario agli Affari interni Dimitris Avramopulos. E sempre in agosto nuovo summit, sempre promosso dal governo italiano, della cabina di regia sul fronte sub-sahariano con Niger, Ciad, Mali «tutti Paesi francofoni – dice Minniti – che mantengono un ottimo rapporto con la Francia, ma che riconoscono oramai un ruolo primario all’Italia». E alla fine di una giornata che Minniti si ostina a non enfatizzare, quel che ripete ai suoi osservatori è il compiacimento perché oramai in Europa nessuno nega più all’Italia «il ruolo di apripista». Nel campo della politica verso i migranti, «siamo rispettati» e questa è la premessa indispensabile per fare nuovi passi avanti, in un contesto, quello della Ue, nel quale c’è un terreno sul quale la storia recente e passata dimostra che è difficilissimo portare a casa risultati: quello dei migranti.

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