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Cronaca

Caso Regeni, governo egiziano: “Mai detto che banda lo aveva ucciso”

Caso Regeni
                                      Caso Regeni – Giulio Regeni (ansa)

 Caso Regeni – Il viceministro: “Ricerca persone coinvolte continua”. Non confermato il vertice di martedì a Roma con la delegazione di investigatori

IL CAIRO Il governo egiziano non ha mai sostenuto che la banda di cinque rapinatori uccisi dalla polizia “fosse responsabile dell’assassinio” di Giulio Regeni. Lo ha dichiarato il viceministro aggiunto dell’Interno Abou Bakr Abdel Karim, secondo il sito del quotidiano Al Masry Al Youm, facendo riferimento al comunicato del ministero in cui si dava notizia del ritrovamento dei documenti di Regeni a casa dei familiari dei banditi. “La ricerca delle persone coinvolte nella sua uccisione è ancora in corso” ha aggiunto.

Il vice ministro fatto queste dichiarazioni in un’intervista telefonica mandata in onda dalla trasmissione Al-Haya Al Youm sulla rete satellitare Al Haya. Nel comunicato del 24 marzo del ministero dell’Interno si affermava che la banda di rapinatori “era dietro all’uccisione dell’italiano” e che il capo della banda criminale aveva nascosto il borsello di Regeni a casa di sua sorella.

Il ministro degli esteri egiziano, Sameh Shoukri, in un’intervista rilasciata a Washington, aveva parlato dell’assassinio di Regeni come di “un atto isolato” da valutare “in questo quadro, considerando la determinazione e l’impegno totale del governo egiziano e degli apparati di sicurezza a continuare gli sforzi per scoprire la verità e arrestare gli aggressori”. Nell’intervista il ministro ha lasciato intendere che esiste una linea diretta di forte collaborazione tra Roma e il Cairo sul caso Regeni. In realtà dal 25 gennaio, giorno del sequestro del giovane ricercatore ritrovato senza vita il 3 febbraio, persistono delleambiguità.  Fra l’altro a pochi giorni dall’annunciato arrivo a Roma della delegazione di investigatori che dovrebbe consegnare al procuratore Pignatone il dossier sulle indagini egiziane, l’incontro previsto per martedì 5 aprile non è stato confermato.

Sono trascorsi oltre due mesi, scanditi dalle tante ricostruzioni della magistratura, della polizia e anche del governo egiziano per spiegare la morte di Giulio, dalla vendetta personale all’incidente stradale, all’azione dei fondamentalisti, al sequestro a scopo di lucro, alla rapina, al delitto maturato in ambienti omosessuali fino al traffico di reperti archeologici. Queste ipotesi sono state percepite come puri depistaggi. Tanto da spingere l’Italia a sanzioni nei confronti dell’Egitto. Regeni al Cairo studiava l’attività dei sindacati e la difficile difesa dei diritti dei lavoratori in un Paese governato dai militari. Aveva sviluppato i suoi contatti con quel mondo per completare il suo percorso verso il dottorato. Si è speculato su un Regeni spia, un Regeni finito nel mirino per i suoi contributi giornalistici firmati con uno pseudonimo. Per ora parlano i pochi fatti accertati: Giulio era uno studioso, morto dopo diversi giorni di sequestro sotto le torture subite da professionisti dal profilo ben lontano da quello dei presunti criminali comuni a cui la polizia egiziana ha provato ad attribuire la paternità dell’omicidio.

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