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Joyce Lussu, voce potente di un’intellettuale VIRGINIA MURRU

 

Certo, conoscerla di persona sarebbe stata una grande esperienza di vita, ma Joyce Lussu conquista anche attraverso i suoi scritti, e il singolare percorso del vissuto. Quando ci si sofferma sulle orme del suo fantastico passato, si comprende che un universo tutto speciale si apre davanti agli occhi di chi percorre le vie luminose di questa esistenza. Si conclude, alla fine, che avrebbe potuto appartenere a qualunque epoca, avrebbe lasciato un segno del suo passaggio qualunque fosse stato il tempo del suo esistere. Era un personaggio cosmopolita, la sua intelligenza era luminosa e in grado d’introdursi autorevolmente anche negli accessi problematici delle culture  più lontane. Joyce poteva appartenere ai recessi più profondi della storia, ma quel vissuto potrebbe avere perfette simmetrie anche con i nostri tempi, perché è di una modernità disarmante. Non solo: qualunque epoca del futuro avrebbe potuto accoglierla nelle sue prospettive,  aveva una mente così aperta e duttile, da far concludere che era una donna davvero senza tempo; la sua vita  è stata semplicemente uno spettacolo, chiunque l’abbia conosciuta ha dato di lei definizioni di questo tipo.

Il tempo di Gioconda, Beatrice, Salvadori Paleotti, meglio conosciuta come Joyce Lussu, scorre su binari  non propriamente convenzionali, se consideriamo l’epoca in cui è vissuta. Era nata a Firenze nel 1912, in una famiglia aristocratica marchigiana, il padre era un conte d’idee liberali, la madre di origini aristocratiche inglesi, entrambi i genitori avevano forti legami con esponenti culturali del loro tempo, e in quel clima di fervore intellettuale si formò la giovane Joyce, attratta dalla passione per la poesia e la filosofia.

La famiglia si era trasferita a Firenze prima che lei nascesse, nel 1906, poiché il padre andò ad insegnare in un Istituto Superiore della città, dove, a partire dal 1921, si respirava un’atmosfera di oppressione, che non di rado finiva in vera e propria aggressione fisica, con pestaggi da parte degli squadristi di un regime che si stava avviando verso la dittatura. Il padre di Joyce aveva frequentazioni con gruppi di liberali, anche inglesi; collaborava attraverso scritti e divulgazioni d’idee antifasciste. In seguito ad un agguato degli squadristi, subì un pestaggio, che lo persuase e lo rese cosciente del fatto che né lui né la famiglia erano ormai al sicuro. Decise pertanto di trasferirsi in Svizzera, e questa scelta certamente ebbe una forte influenza sul destino e il futuro di Joyce. Da allora la sua esistenza diventò paradigma della vita in movimento, era continuamente in viaggio, e così continuò fino alla fine dei suoi giorni.

Si laureò a Parigi in lettere, alla Sorbona, e dopo qualche anno a Lisbona, in Filologia. Una lieve inquietudine la portava a sondare mondi lontani, ad inquisire la vita nelle sue molteplici manifestazioni, veniva da una famiglia che le aveva, per così dire, trasmesso un ‘imprinting’ culturale e intellettuale che la spingevano oltre gli steccati del suo tempo. Con una mente vulcanica, esuberante e piena di passione, amava per natura la ricerca dell’inedito intorno a lei, soprattutto in ambito culturale. Viaggiare e conoscere terre anche molto lontane, era un impulso  irresistibile. Poco più che ventenne raggiunse l’Africa, in seguito al suo primo matrimonio con  Aldo Belluigi. Questo continente sconfinato,  con il fascino della sua gente e la  natura esuberante, la travolsero. Per la giovane Joyce è un mondo tutto da scoprire, con la curiosità e la sete di conoscenza che le sono proprie. S’immerge in quel clima di stimoli nuovi, tempestato di bellezza e di mistero, ma anche di sofferenza per quei popoli che vivono ormai da secoli l’esperienza della schiavitù e del colonialismo. Saranno anni di fertili riflessioni, e resoconti che passeranno al vaglio di una coscienza che rifiuta per principio tutto ciò che sfugge ai perimetri della libertà e al diritto dell’autodeterminazione. Saranno input importanti, anni che consolideranno un profilo d’ideali già chiaro, ideali già stesi come una mappa  sulla sua weltanschauung, ossia la sua visione del mondo.

Quando nel 1938 rientrò in Europa, si rese conto d’essere diventata una perseguitata politica del regime fascista, che la riteneva ‘sovversiva e pericolosa’. Di lì a poco avrebbe incontrato una persona che avrebbe rotto definitivamente gli argini di quel convulso movimento d’idee che le si agitavano dentro: Emilio Lussu, un intellettuale molto noto, scrittore e grande combattente. Lussu, per la sua vita, fu come la freccia migliore che raggiunge il bersaglio: tra loro l’intesa era perfetta, non solo sul versante dei sentimenti, vi era totale aderenza anche nel modo di concepire i valori umani e civili, oltre che politici. Emilio Lussu aveva già combattuto, distinguendosi per le sue azioni, nella prima guerra mondiale. Fu un incontro praticamente folgorante, l’unione tra i due era assoluta, e così salda e forte rimase durante tutta la loro vita insieme. Lussu si trovava in Svizzera quando, clandestinamente, Joyce vi si recò e lo incontrò. Egli aveva un curioso nome in codice: Mr. Mill. Joyce, allora era una ragazza ventiseienne, bellissima, con due splendidi occhi azzurri, chiari e diretti. Lei doveva consegnargli un messaggio che le era stato affidato da un movimento di oppositori del regime in Italia,  era stato nascosto nel manico della valigia: missione compiuta. Ma accadde anche qualcos’altro..

Il classico colpo di fulmine, e quella notte, la giovane ed esuberante Joyce, e il misterioso Mr. Mill, dormirono insieme, per non lasciarsi mai più, tra loro c’erano 22 anni di differenza, mai diventati un peso nel loro rapporto.

Scoprì in quella circostanza che Lussu era in Svizzera per ragioni di esilio, era il fondatore di Giustizia e Libertà, e anche del Partito Sardo d’Azione; egli era infatti di origini sarde. La fusione dei loro ideali diventò una sorta di ordigno contro le arroganze e le violenze del regime fascista, ogni deragliamento dei diritti civili e politici che proveniva dal fronte della dittatura, era una ragione valida per organizzare la lotta attraverso la resistenza.

I due si sposarono e viaggiarono insieme da un paese all’altro in Europa, soprattutto in Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo. Durante il soggiorno in Inghilterra, Joyce frequentò corsi di paracadutismo, corsi per la contraffazione di documenti da destinare ai tanti perseguitati dal regime. Rientrò in Italia dopo l’arresto di Mussolini.

Di lei scrisse il Times: ‘Le sue gesta sono state semplicemente incredibili.’

Non poteva vivere all’ombra di una quercia, tale definiva la forza e l’energia del suo compagno, lei aveva un’indole fortemente indipendente.  Erano molto simili, ma la notorietà del marito – considerato un mito, uno dei padri dalla patria, che aveva speso la sua vita per difendere il proprio paese – era solo uno stimolo a moltiplicare le energie e a investirle nella lotta contro il regime. Joyce detestava ogni forma di colonialismo, è molto critica anche verso C. Colombo, per il suo ruolo di ‘predatore’ del nuovo mondo. ‘La nostra – diceva – è una società schiavista. Bisognerebbe chiedersi la ragione per la quale gli europei, hanno sempre cercato d’imporre la loro egemonia, la loro cultura..’

Joyce resterà una donna leggendaria, visse sempre senza l’assillo della paura, nonostante i decenni oscuri e violenti della sua giovinezza; visse da impavida e ribelle, non perché lo fosse per natura, ma perché ribellarsi era un’esigenza ineludibile. Necessaria durante il ventennio fascista. Era naturale  la sua intraprendenza, il pericolo l’attraeva, coltivava nobili ideali, e non per compiacersene davanti alla gente; lei aveva lottato aspramente contro tutto ciò che significava oppressione, e i falsi perbenismi di una società settaria. Fece parte di Giustizia e libertà, e altre organizzazioni partigiane, nelle cui fila militava come attivista e combattente. Alla fine della guerra le fu conferita la medaglia d’argento al valor militare;  col grado di capitano aveva portato avanti difficili e pericolose imprese, sempre da clandestina, insieme a chi stringeva i denti e resisteva, compagni di lotta, con i quali condivideva i suoi ideali, inequivocabilmente di sinistra.

Dopo la guerra il suo impegno non è mai venuto meno, correva da una parte all’altra del mondo, tra una conferenza e un incontro di poeti; la poesia l’attraeva irresistibilmente. Quello era il mondo che sapeva trasmetterle la pace interiore di cui aveva bisogno, perché in fondo era una convinta pacifista, e solo per difendere i diritti civili minacciati da ideali reazionari, aveva abbracciato totalmente la scelta di ribellione dei partigiani, condividendone il fervore e lo slancio, senza mai risparmiarsi. Viveva da protagonista, e paradossalmente, forse, senza essere cosciente di tutto il subbuglio che creava il suo modo d’essere. Arrivava come una pacifica ma energica corrente di vento, agitava le fronde ovunque si trovasse, tutto smuoveva intorno a lei, non era persona passiva che identificava il tempo nel placido scorrere di un corso d’acqua. Lei era una forza della natura.

Emilio Lussu, dopo la guerra, fu eletto in parlamento più volte, fu ministro, ma nonostante la brillante carriera politica del marito, Joyce non era donna che accettava ruoli di riflesso nella propria esistenza. Lei infatti, a questo proposito, amava ripetere: “io non posso vivere all’ombra di una grande quercia”.

E continuò a viaggiare, ad accettare le sfide della società in cui viveva, una società non completamente ‘redenta’ da un’epoca in cui la libertà era stata come un fantasma che si muoveva in sentieri stretti di montagna, imbracciava un fucile, e spesso cadeva nelle sue derive; ma sapeva anche rialzarsi e continuare la lotta con le gambe di chi era rimasto. Una società che lei inquisiva profondamente, portando in superficie interrogativi e dilemmi sommersi, analisi che emergevano nei lunghi convegni ai quali partecipava come fosse un dovere civile. Lei era una che scuoteva le inerzie, strappava le radici infestanti dell’immobilismo intellettuale, attraverso costanti iniziative culturali. E scriveva sempre, riversava  l’impulso di quel pensiero vigile, in riflessioni che non si disperdevano in retorica, Joyce era una donna razionale, conosceva la direzione giusta dei suoi bersagli. Si comprende, dalle sue esperienze, che era donna dinamica, e amava il movimento intorno a sé, nella cultura e nella società, nel tempo che le vorticava intorno. Nonostante le prove durissime che aveva affrontato, durante gli anni aspri della lotta, aveva tanto entusiasmo per la vita, e mal tollerava, nella cultura, per esempio, la tendenza all’appiattimento, lei era per il movimento dinamico delle idee, il flusso di pensiero circolante.. Diceva: “la letteratura occidentale è permeata di pessimismo, morte, solitudine, noia, eppure basta guardarsi in giro per trovare allegria e umanità”.

“In una sua biografia afferma di sé: “Per dieci anni, dal 1958 al 1968, mi sono dedicata all’internazionalismo, ossia alla conoscenza partecipante del mondo ‘altro’ – previa cancellazione dell’eurocentrismo – con metodi non tradizionali. Mi ero accorta che la poesia contemporanea di quei mondi diversi era un solido strumento di conoscenza, più immediato e sintetico di molta saggistica antropologica..”

Joyce rivolgeva la sua attenzione al mondo intero, alla fine della guerra, ricorreva nei suoi discorsi, durante le lunghe conferenze, la parola ‘colonialismo’, lei che lo aveva visto da vicino, fin da giovanissima in Africa, e nutriva verso questo genere di oppressione, il più esplicito disprezzo, non poteva fare a meno di puntare il dito contro questa orma nera nella coscienza dell’Occidente. Lei che aveva uno spirito forte e vivace, le ali della libertà e il senso dell’indipendenza, se li portava dietro, in quell’aura che affascinava, senza invadenze. La voce era energica, ma pacata, davanti ad un microfono si affidava all’eloquio chiaro ed elegante, per esprimere tutta la passione dei suoi ideali. ‘Emancipare le moltitudini’, secondo il suo modo d’intendere i valori della cultura, era fondamentale.

La sua poesia, oltre che accolta favorevolmente dalla critica, era stata molto apprezzata da Benedetto Croce. Temeraria e clandestina, capace di dire a voce alta cose scomode, era stata anche una delle fondatrici dell’UDU. Una donna non comune nell’arena della storia, artefice dell’odissea della libertà, quando diventa ostaggio di concezioni reazionarie. Come traduttrice, Joyce era istintiva, pioniera di un certo modo d’intendere la cultura, alla quale si avvicinava solo con spirito libertario.

Ha continuato a rimanere in trincea anche dopo la guerra, ma una trincea pacifica di partecipazione e interazione con la gente, sempre in primo piano su temi forti come l’emancipazione e liberazione della donna. Ha scritto diverse opere, tra le quali ‘Fronti e frontiere’, ‘Portrait’, ‘Tradurre Poesia’, e tanto scrisse nell’ambito della saggistica. Parlava perfettamente l’Inglese, il francese e il tedesco, ma aveva anche una buona conoscenza del portoghese, Al turco si era avvicinata quando aveva tradotto i testi poetici di Nazim Hikmet. Il mondo turco l’attraeva molto, lo definiva ‘una cultura ridotta al silenzio’. Su Hikmet, diceva: “ quando vedo esseri umani che sono repressi e compressi, e privati della voce, e persino della loro identità, io mi sdegno, m’arrabbio. E allora gli presto la voce, ma per prestare questa voce bisogna sapere il fondo del loro pensiero e delle possibilità.”

Dimostrava grande predilezione per i Poeti lontani, del ‘terzo mondo’, che avevano poche possibilità di emergere dall’oscurità e i fondali dell’indigenza, dati i limiti che impone, per questo era riuscita ad arrivare a tanti di loro, e per loro aveva tracciato una via, strappandoli al silenzio. Questa era Joyce, intelligente e acuta, con una spiccatissimo senso della realtà.

Era riuscita a fare fuggire la moglie di Hikmet e il figlio, costretti a non muoversi dalla Turchia, mentre il poeta si trovava in Unione Sovietica.  Li fece fuggire e arrivare in Polonia, ma.. intanto, Hikmet, si era sposato per la terza volta. Ci rimase male.

Tradusse poeti turchi e curdi, angolani e mozambicani, eschimesi e capoverdiani, serbi, danesi e albanesi, vietnamiti e afroamericani, da lingue che non conosceva, ma non le importava gran che, lavorava con loro, s’introduceva ‘furtivamente’ nei meandri del loro sentire, perché era sensibilissima, e aveva sviluppato un intuito tutto speciale per la poesia moderna. Non era attratta dalla poesia racchiusa in uno stile atemporale e privo di anima, lei era per la poesia alla ‘Montmartre’, per quelli che sapevano raccontare in modo originale ed inedito il loro tempo, magari trasgressivi, ma spontanei. Le sarebbe piaciuto forse incontrare Baudelaire, se fosse nato nel novecento, era quello il tipo di poesia che amava, quella che non si fermava alle apparenze. Amava i poeti  irriverenti, come Majakovskij; poeti, come sosteneva Joyce, “moltiplicatori di progresso”.

“Hikmet mi è familiare, anche se non conosco una parola della lingua turca, ma conosco profondamente il poeta, i comuni ideali civili, i giudizi sulla politica e sull’Arte, su tutto. Ho tradotto i testi in presenza di Hikmet, l’intesa è sempre stata completa”.

Per questo la traduzione è eccezionalmente fedele. Amava l’amore che Hikmet aveva per il popolo, per gli ultimi, entrambi avevano avuto del resto il coraggio di recidere i legami con il mondo dorato delle loro origini, per vivere tra la gente, condividerne le privazioni.

Sulla poesia di Hikmet vi si immerse tutta, con grande trasporto, e senso di solidarietà per la situazione in cui egli viveva (un perseguitato politico). Lo aveva incontrato nel ’58 a Stoccolma, durante un congresso per la pace, e lo stimava molto, amava il suo modo dialogico di esprimersi in versi. E’ stata definita ‘raffinata traduttrice di poeti stranieri’, e lo era seriamente, perché seriamente impegnata in questo versante.

Emilio Lussu è scomparso nel 1975, Joyce gli è sopravvissuta a lungo, nelle sue poesie si trova traccia della malinconica assenza del compagno. Lei si è spenta serenamente nel 1998, dopo una vita intensissima, al servizio della pace e dei grandi valori dell’uomo. Donna della Resistenza, donna di lotta e d’azione, donna straordinaria. Le ceneri di entrambi riposano a Roma, al Cimitero degli Inglesi (Testaccio), in ‘compagnia’ di tanti artisti, poeti e scrittori. Vicino a loro c’è anche Gramsci, che i due coniugi tanto avevano stimato.

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